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Tubular Bells: la storia e l’eredità dell’album di Mike Oldfield

Il 25 maggio 2019 ricorre il quarantaseiesimo anniversario dell’uscita di Tubular Bells, uno tra gli album di maggior rilievo della musica contemporanea. Un’ottima occasione per approfondire ed analizzare alcuni aspetti che hanno reso celebre questo disco.


La storia

Composto da un giovanissimo Mike Oldfield (non ancora ventenne) nel 1973, Tubular Bells rimane il suo album più noto in una vasta discografia personale tutto sommato altalenante dal punto di vista dell’originalità creativa.

La carriera di musicista di Oldfield inizia spalleggiando sua sorella Sally Oldfield in un duo chiamato Sallyangie. Insieme registrarono un LP caratterizzato da atmosfere derivanti dalla musica folk intitolato Children of the Sun, uscito nel 1969. Non convinto da questo progetto musicale, Mike ne prese le distanze ed insieme a Kevin Ayers, futuro bassista dei Soft Machine, formò una band vicina alle sonorità del progressive rock, stile musicale in via di sviluppo proprio durante quegli anni. La band band in questione era la Whole World Band, in cui Mike Oldfield suonava il basso e Kevin Ayers aveva il ruolo di cantante.

Durante questo periodo Mike Oldfield sviluppò il suo ambizioso progetto solista, in cui dovevano amalgamarsi in modo del tutto originale lo stile folk assimilato nei Sallyangie, arricchito dall’esperienza musicale acquisita nell’ambito del progressive rock. Oldfield, geniale polistrumentista, prese in prestito un registratore ed un organo da Kevin Ayers e, utilizzando la tecnica della sovraincisione, compose Opus One, il primo brano di Tubular Bells.


Il disco

Come è possibile notare sul retro della copertina – in cui vengono rappresentate in primo piano le campane tubulari intersecate tra loro sopra un mare agitato, con un cielo pallido sullo sfondo – il disco è diviso in due tracce intitolate semplicemente Part. One e Part. Two, entrambe della durata di circa venti minuti.

La prima traccia si apre con un riff di tastiera dalla scansione ritmica irregolare, su cui si aggiungono in progressione il basso ed il piano. Gli incastri armonici di questi strumenti creano un’atmosfera suggestiva e contribuiscono ad aumentare la dinamica del brano fino a quando non entrano le chitarre ed il mandolino a distendere la tensione generata. Il brano è molto variegato e costituito da sezioni musicali differenti in sui si percepisce l’ampio eclettismo di Mike Oldifeld, capace si spaziare tra i vari generi musicali ed unirli sotto un comune denominatore: Tubular Bells.

Sul finire della prima Suite, si inserisce un vivace riff di chitarra su cui entrano in successione tutti gli strumenti utilizzati da Mike Oldfield nel processo di composizione di questa traccia. Essi, introdotti dalla voce del poeta Vivian Stanshall, sviluppano una dinamica crescente del brano, sino a raggiungere il culmine con il rintocco delle Tubular Bells. Un arpeggio di chitarra classica disteso che anticipa le atmosfere di Ommadown(1975), suo terzo lavoro in studio, ci accompagna verso la seconda traccia dell’album, altrettanto densa e variegata. Qui compare per la prima volta la batteria. Fino a questo punto le sezioni ritmiche erano costituite da percussioni o da riff cadenzati. La voce grottesca che percepiamo in questo punto del brano è proprio di Mike Oldfield. Essa crea un senso di inquietudine che tende ad aumentare la tensione nell’ascoltatore.

Il musicista britannico sceglie di concludere il disco con una melodia lieta e distensiva, così inserisce nel finale il riff di The Sailors Hornpipe, un motivetto tradizionale inglese nato intorno alla seconda metà del XVIII secolo.


La pubblicazione del disco

Il percorso di pubblicazione dei due brani fu impervio. Mike Oldfield infatti propose le sue demo di registrazione a numerose case discografiche, tra cui Harvest, CBS e WEA, ma nessuno ebbe il coraggio di pubblicare il lavoro pur apprezzando le notevoli abilità compositive del musicista. Al primo ascolto risultava troppo astruso, complesso, chi avrebbe potuto apprezzare un album costituito da soltanto due tracce, ognuna dalla durata di circa venti minuti? Era eccessivamente rischioso pubblicare quell’inciso, seppur musicalmente valido. L’unica casa discografica a mostrare interesse era stata Mercury Records of America che avrebbe dato il via alle registrazioni solamente se le voci fossero state aggiunte ma Mike Oldfield non accettò tale la proposta.

Rimase ancora un tentativo dunque: far ascoltare l’album a Richard Branson, Patron della Virgin Mail Order negli anni Settanta. Richard Branson rimase stupefatto da queste due Suite e nonostante la Virgin in quel periodo non viaggiasse in buone acque dal punto di vista finanziario, decise che quella demo doveva essere registrata. La scelta di Branson si rivelò ottima. Tubular Bells ebbe un successo clamoroso sia dal punto di vista musicale che dal punto di vista commerciale.

La pubblicazione avvenne nel 1973 ed il concerto di presentazione del disco si tenne ad un mese di distanza dalla sua uscita nel Queen Elizabeth Old. Un live davvero suggestivo di cui vi consigliamo l’ascolto:


L’Esorcista

Sempre nel 1973 usciva nelle sale cinematografiche L’Esorcista, il film di William Friedkin destinato a diventare un enorme successo commerciale, sia per il suo carattere innovativo (infatti nei cinema non era mai stato proiettato un film così macabro), sia per la sua colonna sonora che aumentava il senso di inquietudine nello spettatore. William Friedkin scelse accuratamente i brani che dovevano costituire la colonna sonora del film e tra questi vi era proprio la parte iniziale di Tubular Bells. Il regista statunitense infatti chiese a Mike Oldfield se il suo brano potesse essere utilizzato nel film ed il musicista acconsentì.

Il film aiutò ad incrementare notevolmente la popolarità di Tubular Bells tant’è che quel tipo di composizione diventò un punto di riferimento per l’incisione di colonne sonore per i film dell’orrore successivi. Un esempio è dato dai Goblin quando concepirono il brano Profondo rosso per il film omonimo (1975) di Dario Argento, oppure dal tema principale di Dead Silence (2007), passando per la colonna sonora di Halloween (1978), capolavoro di John Carpenter. Alcuni elementi musicali presenti nell’album Tubular Bells si ritrovano anche nel riff di chitarra di Death Dies, altro brano presente nella colonna sonora di Profondo Rosso. Esso si riallaccia al riff conclusivo di Part. One, red carpet per gli strumenti utilizzati nella composizione del brano.

Dopo Tubular Bells

In seguito Mike Oldfield ci regalò altre perle come l’album Ommadown, anch’esso strutturato in due parti in cui si evincono maggiormente le influenze provenienti dalla sua esperienza folk, oppure il disco Amarok, unica traccia sperimentale della durata di un’ora. Una vera chicca appartenente a questo straordinario musicista che nella sua carriera ha alternato capolavori eccelsi a tipiche canzonette radiofoniche, tra cui la nota Moonlight Shadow, interpretata dalla voce di Maggie Reilly, che con le sue note spensierate nasconde invece un messaggio tutt’altro che leggero.

Articolo del 23 maggio 2019 pubblicato su Auralcrave
https://auralcrave.com/2019/05/23/tubular-bells-la-storia-e-leredita-dellalbum-di-mike-oldfield/

18° Raduno Nazionale

Dal 29 al 30 settembre 2018 si svolgerà a Sestola (piccolo Comune nella provincia di Modena) il nostro 18° Raduno nazionale, presso l’Hotel Olimpic.

Sestola è situata nel Parco del Frignano ed è dominata dalla mole del Monte Cimone (mt 2165) e da altre montagne facenti parte del crinale spartiacque tosco-emiliano. Il suo territorio si estende dai 321 metri del fondovalle Panaro ai 2.165 della vetta del Monte Cimone la più alta di tutto l’Appennino Settentrionale.

Il capoluogo si trova in posizione mediana (1.020 m s.l.m.), mentre a valle si allarga la vallata del rio Vesale divisa fra le frazioni di Casine, Castellaro, Rocchetta Sandri, Roncoscaglia, Vesale e i dintorni di Poggioraso.

Sestola è la più celebre località turistica invernale dell’Emilia Romagna per via della vicinanza alla stazione sciistica del Monte Cimone la principale dell’Emilia-Romagna nonché una delle maggiori nell’Appennino.

L’Hotel Olimpic di Sestola è situato a pochi passi dalla seggiovia per Pian del Falco e dal centro del paese. E’ una grande struttura dotata di numerose e spaziose stanze.
Inoltre dispone di grande parcheggio privato, sala da pranzo, bar, sala conferenze, connessione Internet WI-FI, camere con TV full HD, pagamento con carte di credito.

Prezzi:
Pensione completa con pranzo della domenica € 75,00
Supplemento singola € 10,00
Il terzo letto ha lo sconto del 30%
La sala per la musica gratis.
Versione solo pernottamento è di € 50,00 a persona.

Per prenotazioni contattare direttamente l’hotel dando come riferimento il raduno.
http://www.hotelolimpicsestola.it

Aggiornamento del 01/10/2018

“Tubular Bells”, 45 anni fa usciva il capolavoro di Mike Oldfield

Album strumentale e di rottura, venne utilizzato anche come colonna sonora del film “LʼEsorcista”

Una barra tubolare piegata e fluttuante nel cielo come un Ufo galleggiante sopra un mare agitato. Il 25 maggio del 1973 usciva “Tubular Bells“, album iconico a partire dalla copertina. Opera prima di un ventenne compositore scozzese, Mike Oldfield, sarebbe diventata punto di riferimento per decine di autori. L’incipit del disco è uno dei pezzi strumentali più famosi di sempre essendo diventato la colonna sonora del film “L’Esorcista“.

L’album non rappresentò solo il debutto di Oldfield, ma fu anche il primo disco pubblicato dalla Virgin Records. Anhe grazie al traino del film di William Friedkinbalzò al numero uno delle classifiche britanniche, pur essendo un lavoro interamente strumentale e non certo dal taglio pop. Al di là del successo commerciale, viene considerato uno dei lavori più significativi della storia del rock, punto di nascita dell’art-rock che avrebbe visto emergere grandi autori come VangelisJean-Michel Jarre (ma anche alcune opere di Peter Gabriel si inseriscono nello stesso filone).

“Tubular Bells” è un lavoro, suonato interamente dallo stesso Oldfield, che si sviluppa sulle due facciate del disco, con riferimenti alla musica musica classica, folk e rinascimentale, esplorando ogni sorta di timbrica strumentale. 

Un’opera talmente importante che finì con l’essere una gabbia per il suo stesso autore. Eccezion fatta per alcuni successi pop all’inizio degli anni 80, con brani come “Moonlight Shadows“, “To France” e “Foreign Affair“, Oldfield si sarebbe sarebbe tornato più volte sul suo capolavoro, senza riuscire a replicarne né i picchi qualitativi né il successo commerciale. Dedicò tutti gli anni 90 alla realizzazione di sequel, “Tubular Bells II” (1992), “Tubular Bells III” (1998), “The Millennium Bells” (1999) fino ad arrivare, nel 2003, a un rifacimento del primo album con tecniche digitali.

Articolo pubblicato il 25 maggio 2018 su TGCom24
http://www.tgcom24.mediaset.it/spettacolo/-tubular-bells-45-anni-fa-usciva-il-capolavoro-di-mike-oldfield_3142080-201802a.shtml

Mike Oldfield: da “Tubular bells” a “Return to Ommadawn”, storia di una grande carriera

Mike Oldfield nella giornata di oggi compie 65 anni. Ne aveva 20 appena compiuti quando pubblicò il suo album d’esordio, “Tubular bells”. Un disco che ebbe grande successo e che da solo basterebbe per regalare un meritato posticino nella storia della musica rock al polistrumentista compositore di Reading. In quell’album, il primo pubblicato dall’etichetta discografica Virgin, Oldfield suona oltre venti strumenti. Sarà il primo di una lunga serie. I dischi solisti pubblicati da quel lontano 1973, ad oggi, sono 26. La fama e il rispetto conquistati in tutti questi anni sono lo specchio di una lunga carriera nella quale non sono mai mancate sperimentazioni di vario genere sempre all’insegna di creatività e onestà. Tanti auguri, Mike.

Articolo su Rockol.it 
http://www.rockol.it/news-689509/mike-oldfield-tubular-bells-canzoni-successi-carriera

Il mago meraviglioso

Michael Gordon Oldfield, nato il 15 maggio 1953, musicista polistrumentista e compositore inglese, s’impose con una forza gigantesca sulla scena musicale grazie al suo capolavoro sinfonico Tubular Bells del 1973, un’opera in cui suonò più di 20 strumenti. Ma ci arriveremo più tardi.       

Cominciamo dall’inizio, quando all’età di 14 anni, dopo aver imparato a suonare la chitarra, collaborò con sua sorella Sally per formare una coppia folk, Sallyangie, e pubblicare il loro primo album Children of the Sun, appena un anno dopo. Fu davvero un inizio impressionante per il ragazzo di Reading, Inghilterra.     

Non solo sua sorella aveva un dono musicale, ma anche suo fratello Terry, che suonava il flauto e la tabla. Quando Sallyangie si sciolse, i fratelli formarono un gruppo chiamato Barefoot, riportando Mike sul sentiero del rock, ma durò solo 6 mesi. L’avventura successiva, a 16 anni, lo portò in diverse direzioni musicali. Iniziò a suonare il basso con Kevin Ayers (ex-Soft Machine) in The Whole World, insieme a David Bedford, appassionato di musica classica, e al sassofonista d’avanguardia Lol Coxhill: in breve tempo fu il loro chitarrista principale e pubblicarono l’album Shooting at the Moon nel 1971.    

    

Prese del tempo per sé nel 1973 per incidere il suo capolavoro Tubular Bells, una collezione di pezzi forgiati in studio, con il sostegno di un giovane imprenditore di nome Richard Branson, che gli concesse tutto il tempo necessario di cui avesse bisogno per realizzare il suo lavoro. Una volta terminato, Oldfield mandò la demo a diverse case discografiche senza successo, così Branson e il suo partner Simon Draper gli fecero firmare un contratto con la loro nuova etichetta Virgin RecordsTubular Bells fu il loro primo lancio e andò diretto ai vertici delle classifiche e delle vendite, con più di 2.630.000 di copie vendute nel Regno Unito, conquistando il primo posto nelle hit del Regno Unito per mesi, e vendendo finalmente più di 16 milioni di dischi in tutto il mondo, specialmente dopo essere stato usato come colonna sonora per il film The Exorcist, vincitore dell’Oscar nello stesso anno. L’album è un’avventura strumentale di 49 minuti che passa attraverso un’intricata composizione di temi rock/folk fusi insieme usando strutture semplicistiche. Un critico lo descrisse come “una delle migliori poesie strumentali di sempre”. Si usarono trenta strumenti per la sua registrazione (tra cui la cornamusa, il mandolino e diversi suoni di chitarra trattati con sintetizzatore) e Oldfield ne suonò la maggior parte. La Fender Telecaster Blond del ’66 che usò in tutto l’album era di proprietà di Marc Bolan (T-Rex). Mike descrisse così il suo stile: “Per cominciare, uso tutte e cinque le unghie della mia mano destra, non un plettro, quindi ottengo un suono molto puro. Ecco perché la gente non sembra vedermi come un chitarrista. Nei miei video, sembra che non stia facendo gran cosa… Uso molto le note di grazia celtica. Uso il vibrato del violino; se ci penso, credo che solo Robert Fripp faccia la stessa cosa“. Usò diverse tastiere e sintetizzatori, tra i quali il Sequential Circuits Prophet 5s, la Roland JV 1080 e JV 2080, oltre a un Korg M-1, e di pianoforti, uno Steinway e un Clavia Nord Lead. Tubular Bells non portò solo la Virgin alla ribalta come etichetta, ma ebbe anche il merito di aver aperto la strada al “new age”. La ciliegina sulla torta fu vincere il Grammy per la migliore composizione musicale nel 1974.     

    

Il disco che venne dopo fu Hergest Ridge, che spodestò Tubular Bells dal primo posto delle classifiche U.K. prima di essere battuto dallo stesso album. Per quell’album continuò ad usare la Telecaster e ammise che le cose non cambiarono fino all’album successivo, “Quello che non avevo in quei giorni – non fino al 1975 con ‘Ommadawn’- era il suono incendiario di una Gibson. Ricordo che a metà degli anni ’70 avevo dei soldi da spendere, quindi andai in Denmark Street, pagai qualche centinaio di sterline e uscii da un negozio come orgoglioso proprietario di una Gibson SG del ’69”. Ommadawn fu un’ulteriore esplorazione del suono, utilizzando un approccio atmosferico bizzarro e musica dal mondo. Con l’avvento della musica punk, Oldfield si sentì un po’ fuori posto, così si prese qualche anno di riposo per mettere a posto la sua prospettiva. Fece un corso auto-assertivo chiamato Exegesis, che fece esattamente questo; e il nostro amico, una volta un tipo riservato, iniziò a dare passi più audaci rispetto alla sua accessibilità al mercato, così intraprese la strada di un tour europeo per promuovere il nuovo disco Incantations (alcuni dei quali sono presenti sull’album dal vivo Exposed).     

Nel 1982 pubblicò QE2, diretto ai dance club. Finirono le lunghe orchestrazioni per dare spazio a qualcosa tipo “revival pop”, come si può notare dalla cover di Arrival degli ABBA. Per la maggior parte degli anni ’80 rimase su questo genere con Crises (’83), Discovery (’84) e Islands (’87) che si adattano bene al genere pop.     

Il viaggio di Oldfield continuò attraverso composizioni e alcune collaborazioni con cantanti di primo piano dove mise grandi assoli. Il più memorabile di questi fu nella colonna sonora Moonlight Shadow, accompagnato da Maggie Reilly. Negli Stati Uniti, entrò di nuovo in classifica con Hall & Oates in una cover di Family Man per il loro disco H2O (1982). Poi rivolse nuovamente la sua attenzione verso film e video, arrangiando la colonna sonora di The Killing Fields di Roland Joffe e producendo il video per il suo album Islands del ’87. Arrangiò la colonna sonora per il film The Space Movie della NASA e contribuì a creare la colonna sonora di The X Files.     

In questo periodo le relazioni con la Virgin iniziarono a essere tese, Branson insistette per registrare Tubular Bells 2, ma a Oldfield questo titolo non piacque e ne pensò un altro, Amarok, un viaggio di un’ora con pezzi diversi, pieni di cambi, esplosioni musicali e persino un insulto codificato a Branson, in codice Morse, che dice “Fuck Off RB“. L’album fu un flop commerciale. L’ultimo disco che fece con la Virgin fu Heaven’s Open, dove canta per la prima volta.     

Poi vennero gli anni della Warner, in cui continuò a esplorare cose nuove. Il primo lavoro che ne uscì fu Tubular Bells II, sequel dell’opera originale, che iniziava con un concerto al Castello di Edimburgo, poi arrivò The Songs Of Distant Earth, basato sul libro di Arthur C. Clarke dallo stesso titolo, che offriva una sensazione “new age” più fluida. Un fatto divertente dell’album sulla fantascienza è che l’Unione Astronomica Internazionale, chi cioè assegna i nomi a pianeti, orbite etc., diede ufficialmente il nome di Oldfield a un asteroide, 5656 Oldfield. Il nostro chitarrista è anche un pilota con licenza di volo per aerei ed elicotteri, (c’è qualcosa che non possa fare quest’uomo?).     

Nel 1995 si interessò al sound celtico e lanciò Voyageur, senza dubbio per aver incontrato nel 1992 Luar na Lubre, una band folklorica celtica della Galizia, fece infatti una loro cover intitolata O Son Do Ar – il suono dell’aria. Tubular Bells III uscì nel 1998, ispirato dalla scena dance della sua residenza a Ibiza, in Spagna. L’anno successivo pubblicò 2 album, Guitars e The Millenium Bell, entrambi con l’aggiunta di sound dell’ultimo millennio. Come accennato in precedenza fu un mago con i numerosi strumenti che suonò nel corso della sua illustre carriera ad esempio, oltre alle sue Fender e Gibson, chitarre come la PRS Artist Custom del 1989, con cui utilizzò un Roland GP 8 per ottenere quel suono tipico di overdrive, e una varietà di altri strumenti come il banjo, il bouzouki e l’ukulele, i fiati, il flauto, fischietti e la lista potrebbe continuare con archi e una vasta varietà di percussioni.    

Il 2002 segnò un altro cambiamento per quanto riguarda i media con il suo progettoMusic VR, un videogioco di realtà virtuale, il Tr3s Lunas, che consente ai giocatori di interagire con il mondo della nuova musica. È un set di 2CD, uno per il giocatore e l’altro con la musica. Il gioco di realtà virtuale che venne dopo si chiamò Maestro, con temi tratti dall’album Tubular Bells 2003. Si può giocare gratuitamente su Tubular.net. Genio puro.     

Il compromesso con la beneficenza del signor Oldfield si manifestò con la composizione di una canzone, Song of Survival per il gruppo Survival International. Alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi del 2012 eseguì le Far Above the Clouds e In Dulci Jubilo da Tubular Bells.     

 
Light & Shade
 uscì nel 2006, un doppio CD che esplora concetti “leggeri” con sound rilassanti e “oscuri”, con un approccio più cupo e nitido. Ma forse il suo miglior successo per la critica arrivò con Man On the Rocks, dove suona principalmente la chitarra, accompagnato dai talenti di Leland Sklar al basso, del tastierista Matt Rollings, di John Robinson alla batteria, Michael Thompson alla chitarra e dal cantante degli Struts, Luke Spiller. È un disco pop/rock che affonda le radici nel rock/folk celtico con qualche pennellata che ricorda TotoQueen e la Steve Miller Band, trattando argomenti come la perdita, la lotta, la libertà e la redenzione; un disco avvincente da aggiungere alla montagna di lavoro realizzato in precedenza.     

Per approfondire i contributi storici di quest’uomo al mondo della musica, consigliamo di guardare la trasmissione della BBC del 2013, Tubular Bells: The Mike Oldfield Story, un clip di un’ora di pura ammirazione per la sua carriera e vita musicale. Era ed è davvero un gigante, tra i migliori compositori e musicisti della storia.     

Articolo su Guitarsexchange di Tom MacIntosh del 12 maggio 2018
http://guitarsexchange.com/it/unplugged/498/mike-oldfield/

Massimo Giuntini, il virtuoso di cornamusa irlandese presenta “The White Wolf”

Tgcom24 incontra lʼartista per parlare del nuovo album, che arriva a tre anni di distanza dal precedente.

Si intitola “The White Wolf” il nuovo lavoro discografico del virtuoso di cornamusa irlandese Massimo Giuntini, un album che arriva a tre anni di distanza dal precedente. Il disco racchiude nove brani strumentali, arrangiati per la prima volta dal polistrumentista, con l’aiuto di suoni orchestrali. Una carriera quella del musicista e compositore casentinese, che pur partendo da radici popolari legate alla musica irlandese, ha conosciuto negli anni una continua evoluzione.

E’ lo stesso Massimo, gradito ospite questa settimana a “Popular”, a parlarci dell’origine del progetto.
“I brani del disco”, ci spiega Massimo: “nascono dalla mia collaborazione con Luigi Giusti autore di documentari sulla caccia “di selezione” e sono creati come colonne sonore di questi filmati. Sono tutte mie composizioni alle quali ho dato una “forma canzone” le ho ristrutturate musicalmente, adattandole alla realtà dell’album. Ci sono stati punti di riferimento come il Mike Oldfield di “Incantations” che mi hanno molto ispirato”.

Cosa rappresenta, secondo te, tenere viva la tradizione della musica irlandese e celtica in Italia?
 Non mi sono posto il problema di essere il “portavoce” di una tradizione, sono e rimango italiano e toscano, sono un estimatore della musica irlandese e non mi considero un “testimone” di una certa cultura musicale. Posso ritenermi orgoglioso quando diffondo questa musica attraverso le uscite discografiche ed i concerti ed ho un riscontro da parte del pubblico. Per me suonare è come respirare, quindi fondamentale per vivere.

La tua musica, pur tenendo conto della tradizione, è riuscita ad ampliare i suoi “confini” 
 Vorrei che tutti quelli che non conoscono la musica irlandese o celtica, trovassero qualcosa di interessante nella mia musica. Lo scopo è di allargare la diffusione di certi strumenti, come la cornamusa irlandese o i bagpipes, che molti hanno ascoltato in colonne sonore di film come “Braveheart” e “Titanic”, ma mai dal vivo in un concerto.

Ci saranno concerti per presentare al pubblico “The White Wolf”?
Essendo l’album pensato nell’ottica orchestrale non sarà facile proporlo in concerto, ma con i miei musicisti stiamo lavorando per adattare i brani alla realtà del live. Una sfida non semplice ma avvincente, che siamo pronti a raccogliere, nel tentativo di dare ancora emozioni al pubblico. “The White Wolf”, nuovo lavoro di Massimo Giuntini è reperibile e scaricabile in tutte le maggiori piattaforme online.

Articolo su TgCom24 del 11/05/2018
http://www.tgcom24.mediaset.it/rubriche/massimo-giuntini-il-virtuoso-di-cornamusa-irlandese-presenta-the-white-wolf-_3139394-201802a.shtml

Mike Oldfield: La tecnologia mi ha raggiunto finalmente

Mike Oldfield parla della sua carriera, alti e bassi, uragani, demoni personali, come ha fatto avvertito l’industria musicale del fenomeno Napster, come le Olimpiadi di Londra lo hanno vendicato e il suo ultimo album “Return to Ommadawn”. E cosa ha a che fare Jean-Michel Jarre con i denti di Oldfield?  Sembrerebbe parecchio!

Nel mio lavoro come giornalista e fotografo freelance, ho la fortuna di incontrare e/o intervistare molti musicisti, scienziati, modelle e artisti famosi (ma anche quelli un po’ meno famosi). In particolare mi piace parlare con persone che hanno avuto un impatto molto importante sulla mia vita.

Una di queste persone è Mike Oldfield. Negli anni ’80, ogni tanto realizzava dei successi che lo tenevano presente nel mio radar, ma è stato l’album Amarok, negli anni ’90, che consisteva in una traccia (una!) della durata di un’ora e quattro secondi, che mi ha fatto innamorare.

Mike Oldfield in the Bahamas

Ha esordito a soli 15 anni, insieme a sua sorella Sally Oldfield, in un gruppo folk chiamato Sallyangie. Poi è andato in vari tour e ha suonato con altri musicisti, per esempio con Kevin Ayers.

Nel 1973, all’età di 19 anni, compose e pubblicò l’album “Tubular Bells“. Fu la prima uscita della nuova società Virgin Records e fu l’inizio del nascente impero Virgin di Richard Branson, che ora include la Virgin Airlines e un mondo di altri affari.

L’album è arrivato a vendere 15 milioni di copie e da allora ha generato due sequel e una re-registrazione, oltre ad essere stato campionato e copiato da centinaia di artisti.

Nei decenni successivi divenne un artista itinerante, poi smise di fare tour, si dilettò con video musicali generati al computer, fece giochi per computer e pubblicò più di 20 album. Nel 2017 ha pubblicato un sequel del suo terzo album, “Ommadawn“, intitolato “Return to Ommadawn.” L’originale praticamente ha inventato la World Music, combinando musicisti africani con musica irlandese e celtica, oltre a pop e rock. In breve: un album unico come l’artista stesso.

Solo pochi giorni prima che “Return to Ommadawn” fosse pubblicato, a gennaio 2017, ho avuto una lunga chiacchierata con Mike Oldfield. Io in uno studio a Molde, in Norvegia, con la pioggia che batteva contro i finestrini, lui nel suo studio alle Bahamas, con il sole che splendeva attraverso le finestre. L’articolo originale è stato pubblicato in norvegese da Dagbladet. Questa è una versione molto più estesa…

Return to Ommadawn cover– Prima di tutto, ho ricevuto una copia in anteprima dell’album “Return to Ommadawn” alcuni giorni fa, e l’ho ascoltato costantemente. È un album molto bello, devo congratularmi con te.

– Oh! Grazie. È bello sentirlo.

– È molto acustico, rispetto alla musica che hai fatto negli anni ’90 e 2000, non è vero?

– Sì, ed è stato fatto apposta. Perché l’originale “Ommadawn” era molto acustico. Ho usato solo alcune tastiere. Tra loro anche una primissima string machine, una Arpa Solina. Ma il suono è dominato da strumenti acustici come chitarra e arpa, batteria africana, chitarra elettrica e così via. Ho provato ad usare gli stessi strumenti anche per “Return to Ommadawn”.

– Questa volta hai suonato tutto da solo?

– Sì, tutto.

– Anche i strumenti a fiato?

– Sì, ma non riesco a suonare il flauto molto bene, e c’è un flauto nell’album originale. Tuttavia, so suonare il flauto irlandese abbastanza bene, quindi è stato un buon sostituto.

– E’ un album realizzato in modo spontaneo, o hai usato pezzi che hai raccolto nel corso degli anni?

– E’ stato molto spontaneo. Il primo passo è stato quello di individuare tutti gli strumenti che avrei usato. Poi ho usato un metronomo per far andare il ritmo. Poi ho iniziato con il bodhran, un tamburo irlandese, e ho continuato per vedere dove mi conducono. Giorno per giorno, ho aggiunto sempre più cose. Prima una parte di chitarra. Poi un altra. Così, ho continuato ad aggiungere strati per 11 mesi fino al completamento.

Ommadawn cover– Questo è stato un sequel di “Ommadawn”, che è stato creato nel 1974 e nel 1975. Qual è la principale differenza nel creare musica allora e creare musica oggi?

– In realtà, non molta. Ho dovuto aspettare che la tecnologia mi raggiungesse, e lo ha fatto circa cinque anni fa. I programmi per computer che sono apparsi hanno reso molto più facile avere un vero home-studio, e finalmente il suono che veniva registrato in digitale ha iniziato a suonare proprio come il vecchio nastro a bobina che usavamo allora.

Ragazzi che gridano

Verso la fine degli anni ’70 gli eroi della musica rock di quel decennio cominciarono a diventare considerati dinosauri e noiosi. Era arrivato il movimento della musica punk e Oldfield lo sentì molto forte.

– Alla fine degli anni ’70 la mia musica andò fuori moda. Diventarono popolari quelli che io chiamo “i ragazzi che urlano musica”. E la mia musica è stata considerata invecchiata. Per sopravvivere, perché avevo anche problemi finanziari, ho iniziato a fare tour.

Dopo aver girato con un’orchestra completa e perso un sacco di soldi, Oldfield si rese conto che doveva semplificare la sua band.

– Ho ridotto la band a sette musicisti. Ho anche cambiato la mia musica, diventando più convenzionale.

Durante gli anni ’80 Oldfield ha quindi realizzato una serie di album più basati sulle canzoni. Ha avuto diversi singoli di successo, come Moonlight Shadow, che ha avuto un enorme successo in tutta Europa nell’estate del 1983.

Vendicato alle Olimpiadi di Londra

Oldfield continuò ad attraversare gli anni ’90 e 2000 con album che coprivano tutto, dalla musica irlandese alla musica classica, pop e persino techno. Ha anche fatto due sequel di Tubular Bells. Ma per tutto il tempo si sentiva sotto severa osservazione da una stampa musicale snob. Poi le Olimpiadi estive sono arrivate a Londra nel 2012. E Mike Oldfield è stato invitato dal regista Danny Boyle, che era responsabile della cerimonia di apertura, a suonare durante il tributo al Servizio Sanitario Nazionale.

– Questo mi ha fatto sentire riabilitato, perché ho avuto modo di suonare per così tante persone. Inoltre, sono state scritte alcune cose molto gratificanti, sia su di me, che sulla mia musica. E questo mi ha fatto pensare che era tempo di tornare alle mie radici, agli anni ’70, e di fare di nuovo album interamente strumentali,  suonati a mano.

– Stavo per chiederti delle Olimpiadi. Mi ricordo quando ho visto la cerimonia di apertura, ti ho visto sul palco, ed ero così felice per te, perché conosco tutta la merda che…

*Mike si gira dall’altra parte e sbuffa*

…la stampa britannica ti ha lanciato addosso negli anni. Deve essere stata una gloriosa sensazione di rivendicazione?

– Ah ah. Esattamente! Sì, è stata una sensazione meravigliosa. Niente di meglio. È stato il concerto numero uno sul pianeta Terra per qualsiasi musicista. E c’era un sacco di gente che cercava di entrarci. Stavo facendo delle registrazioni su Skype insieme ai musicisti di Los Angeles e c’erano sempre persone che entravano nello studio “posso farcela, posso farcela, sono le Olimpiadi, oh mio Dio” e così via. Ah ah. Era come vincere un premio a lotto. È stato fantastico.

Oldfield descrive che meravigliosa serata è stata.

– Tutti, tutti gli artisti e i musicisti, anche il pubblico, hanno dato il meglio di sé. Tutti stavano procedendo nella stessa direzione per renderlo fantastico. Penso che quando gli inglesi si impegnano, possono fare cose fantastiche. Sfortunatamente, la mentalità britannica è più quella di essere scortesi, annoiati e cattivi. Ma quando si tratta davvero di qualcosa di importante, possono farlo davvero bene. È bello vedere ciò, perché sono ancora inglese nel mio cuore.

Non si trova in Inghilterra però. Per molti anni, il paradiso delle isole tropicali è stato la sua casa per un quasi ritiro, ed è riluttante a lasciare le isole. Anche per brevi viaggi.

– Sì, è abbastanza divertente, le Bahamas erano inglesi. E hanno ancora molte delle vecchie tradizioni della Gran Bretagna. Mi ricorda il periodo dell’infanzia, quando stavo crescendo in una città chiamata Reading, a 20 miglia da Londra. Qui i bambini vanno a scuola con le loro uniformi, la gente si veste e va in chiesa la domenica, c’è la polizia per le strade e cose del genere. Proprio come la Gran Bretagna negli anni ’50. È molto bello.

Gli uragani

– Il clima però deve essere migliore di quello della Gran Bretagna, no?

– Ahh! Sì. A parte l’occasionale uragano, il tempo è fantastico. In realtà, proprio mentre stavo dando gli ultimi ritocchi a Return to Ommadawn, abbiamo subito un colpo diretto da parte dell’uragano Mathew. È stata una tempesta molto, molto potente, e ha causato molti danni. Siamo rimasti senza energia elettrica per oltre tre settimane. Hanno dovuto ri-collegare le linee elettriche per l’intera isola.

Oldfield aveva un generatore di emergenza, e dice di essere diventato un esperto nella manutenzione dei generatori.

– L’album è stato effettivamente consegnato alla casa discografica tramite una piccola parabola satellitare sul mio tetto. Attraverso questo collegamento satellitare abbiamo una connessione a internet molto lenta, quindi mi ci sono voluti circa 24 ore per inviare l’intero album in quella modalità. Non c’era cavo, niente DSL o altro.

– Ho avuto questa visione nella mia testa ora, con te sul pavimento dello studio, con luci di emergenza, registrando, circondato da candele o qualcosa di simile.

– Ah ah. Sì, è stato un po’ così.

Tubular Bells app

Tubular Bells cover

Come accennato in precedenza nell’articolo, Oldfield ha toccato molti stili musicali. Pop, classica, irlandese, world music, ambient, reggae, ambient, techno, rock e la lista continua. Gli chiedo se c’è un genere di musica che non ha ancora fatto.

– Ah ah. No, non c’è molto che non abbia provato, vero? Puoi pensare a qualcosa? Forse potrei provare a Bollywood, o qualcosa del genere. Ah ah. Non lo so. Ho persino fatto l’antica musica di Bali sul mio album “Islands”. E ho fatto musica classica, folk, rock…

– Molto spesso quando ascolti un album di un artista, pensi “oh, questo album suona come il suo album precedente”. Ascoltando un album di Oldfield, sai che arai qualcosa di molto diverso dal suo album precedente. È una decisione consapevole da parte tua?

– Ci penso prima di fare un album su cosa voglio fare, che tipo di strumenti utilizzare e così via. Al momento sto lavorando sulla creazione di un software, un nuovo lettore musicale. Sarà un lettore musicale avanzato, un’app. Lo vedo come un’estensione del vecchio fonografo, con l’altoparlante enorme, come quello nella foto del cane che sta ascoltando. È l’ora di avere un nuovo player.

Questo nuovo player sarà basato su Tubular Bells 4, mi dice Oldfield. Quindi, un’altra variante dell’album classico, per celebrare il suo 45° (!) anniversario nel 2018, ormai in arrivo. Tuttavia, questo player offrirà qualcosa di più.

– Ti verrà presentata la musica tramite multitraccia, così sarai in grado di creare il tuo mix, se lo desideri. Si avrà una sezione di realtà virtuale, in cui potrai entrare in questi mondi tridimensionali. Qui sarai in grado di esplorare bellissimi ambienti mentre ascolti musica. La musica cambierà, a seconda di dove vai e cosa fai.

– Questa sarà un’app mobile, quindi?

– Inizialmente sarà realizzato per i PC desktop. Forse faremo una versione ridotta per i dispositivi mobili. Sono anche interessato a vedere cosa succede con questi occhiali/auricolari per la realtà virtuale. Se prendono piede, potremmo anche predisporre il software. Quasi tutti hanno un computer desktop, in questi giorni, no?

Quando descrivo Tubular Bells 4 come pacchetto multimediale, Oldfield non è d’accordo con me.

– Sembra qualcosa che compri al supermercato. No, questo sarà qualcosa di nuovo e un’esperienza diversa. Ho fatto alcuni giochi tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del 2000 che sono stati pubblicati con un paio di miei album. Sono stati molto divertenti da fare, ma mi sono costati un sacco di soldi, e non hanno venduto molto bene, ah ah. Ma funzionano ancora, e li puoi trovare online. Ciò è molto bello. Alcune persone giocano ancora. Ma naturalmente, la qualità della grafica è migliorata notevolmente da allora. Anche un semplice portatile può oggi fare cose meravigliose che si potevano solo sognare in quei giorni. A quei tempi avresti avuto bisogno di quelle grandi macchine della Silicon Graphics.

Jean-Michel Jarre e il dentista

Jean-Michel Jarre playing the laser harp

Oldfield dice che le vendite di CD sono diminuite così tanto che devi trovare altri modi per far uscire la tua musica. Tuttavia, è molto felice per l’aumento delle vendite dei vinili.

– È magnifico! È bellissimo avere quei dischi in vinile.

 

– “Return to Ommadawn” è diviso in una Parte 1 e una Parte 2, proprio come ai vecchi tempi. Hai pensato al vinile quando lo hai composto?

– Sì, certamente. Penso ancora ai due lati di un disco in vinile quando faccio musica. È stato un rituale meraviglioso fare le due parti della musica. E poi andare a vedere l’ingegnere che incide il master del disco in vinile. Ce lo siamo perso tutto ciò andando dallo studio  di registrazione direttamente al download digitale. Devo dire che le cose stanno migliorando un po’ per l’industria musicale in questi giorni.

– Ho intervistato Jean-Michel Jarre qualche mese fa. E come te, ha anche pensato ai due lati di un disco in vinile con il suo ultimo album. E ha anche fatto un sequel, “Oxygene 3”.

– Sì!

– Ha anche detto che nessuno fa sequel nella musica, tranne “io e Mike Oldfield”.

– Ah ah! Ti racconterò una storia su di lui. Ho avuto un link da qualcuno a una chat live che Jarre stava facendo online sui social media. Così ho cliccato il link perché ero curioso. Si trattava dei suoi album di collaborazioni che ha fatto [Electronica 1 and 2 – Hogne]. E qualcuno gli ha chiesto se avesse mai preso in considerazione l’idea di lavorare con me. Ha risposto che amava la mia musica, ma lui mi considerava più un musicista acustico. E io ho fatto: “Hmm. Se pensa a me come ad un musicista acustico, forse dovrei fare un album acustico?” Questo è uno dei motivi per cui ho fatto “Ritorno a Ommadawn”. Quindi, grazie, signor Jarre!

– Questa è una grande storia. E mi ha anche detto che gli piaceva la tua musica. Ti piace la sua musica?

– Oh sì! Mi ricordo una storia divertente a riguardo: il mio primo contatto col primissimo “Oxygene”. Stavo per andare in tour per la prima volta, e il mio tour-manager mi dice che dovevo andare dal dentista prima del tour perché alcuni dei miei denti erano fuori allineamento.

Così, Oldfield andò a trovare un dentista esperto in Harley Street.

– E ha detto che potrebbero mettermi una capsula. Quindi, sono andato al laboratorio dove stavano facendo le capsule. Lì stavano ascoltando questa musica, che suonava strana, ma davvero carina. E ne sono rimasto affascinato. Mi hanno detto che era di questo ragazzo francese e che la musica si chiamava “Oxygene”. Così, eccoci lì, a fare i miei nuovi denti e ad ascoltare Jean-Michel Jarre. Questo racconto è leggermente fuori il tema world music. Ma è storia vera.

– È divertente!

– E ho ancora le stesse capsule sui miei denti, da allora, ah ah! 40 anni dopo.

La musica di Mike Oldfield e Jean-Michel Jarre è sempre stata paragonata come simile, anche se non c’è nulla di simile a ciò che fanno, oltre a essere strumentale. Anche il Vangelis è spesso gettato in quel confronto. Chiedo a Oldfield perché pensa che sia così.

– Hai ragione. L’unico comune denominatore è che è strumentale, o la maggior parte di essa. Nessuno di noi ha mai usato nessuno come frontman. E il musicista è stato più un produttore o un tecnico, che un esecutore. E dal momento che tutti noi suoniamo e produciamo i nostri stessi album, forse vedono queste somiglianze tra noi.

E, naturalmente, non molti altri artisti hanno avuto un successo così consistente con la musica strumentale, come questi tre.

Ritorno agli anni ’70

Hergest Ridge cover

Return to Ommadawn è un sequel del terzo album di Mike Oldfield. Tuttavia, ascoltandolo senti anche molte tracce del suo secondo album, “Hergest Ridge“. Gli chiedo se è d’accordo.

– Sì, è stato fatto apposta, davvero. Sono molto attivo sui social media e posso vedere cosa scrivono i fan sulla mia musica. E sono rimasto molto sorpreso dalla popolarità di “Hergest Ridge” e “Ommadawn”. Mi è sembrato che molte persone in realtà preferissero “Hergest Ridge” e “Ommadawn” all’originale Tubular Bells, cosa che mi ha sorpreso molto.

Così, Oldfield è andato a lavorare con la mentalità che era tornato a metà degli anni ’70, componendo. La sfida era trovare il modo giusto per iniziare.

– Tubular Bells inizia con il piano tintinnante, per esempio. Pensavo di poter far iniziare Return to Ommadawn con una melodia popolare. Ma ho deciso di cambiare la scena rendendo l’apertura molto suggestiva e usare lo stesso tipo di inizio come quello che ho usato per Hergest Ridge.

– Paul Stanley dei Kiss dice nelle interviste che hai una vita intera per preparare il tuo primo album, mentre per il secondo hai soli sei mesi. Era così che ti sentivi quando hai iniziato a lavorare sul seguito “Hergest Ridge” dopo aver avuto un primo album incredibilmente popolare?

– Tubular Bells si è presa tutta la mia vita per scriverlo e registrarlo. Solo la parte di farlo entrare in uno studio di registrazione ha richiesto anni. Due o tre anni prima stavo portando le mie demo a tutte le case discografiche. E mi hanno buttato fuori, come se fossi pazzo. Perché la mia musica era strumentale, non aveva voce e batteria e così via. E non ha aiutato molto neanche il fatto che ero un ragazzo giovane con i capelli lunghi e la barba, che non somigliava minimamente ad una star, capisci?

Essere infelici è un prerequisito per essere un compositore?

In quello che Oldfield descrive come pura fortuna, si imbatté in alcuni ragazzi, incluso l’ormai famoso miliardario, Richard Branson, che stava mettendo insieme una nuova compagnia chiamata Virgin.

– Avevano uno studio di registrazione in questa vecchia villa, chiamata The Manor. E ho messo piede qui essendo il chitarrista ritmico e basso per vari artisti oscuri. E queste persone hanno creduto in me e mi hanno dato la possibilità di mettermi alla prova. Non potevo credere alla mia fortuna. Ma mi ci è voluto così tanto tempo per arrivare lì, che dopo “Tubular Bells”, non avevo davvero un altro album in me.

Questo era difficile da capire per le persone intorno a Oldfield.

– Sono sempre stato seguito da queste persone, specialmente da Richard Branson, che mi dicevano “dov’è il nuovo album”, ah ah. “Abbiamo fatto milioni col primo, fanne un altro! Veloce”, ah ah. Quindi, ero pressato a farlo. Questo mi ha fatto avere un rapporto difficile con “Hergest Ridge” per qualche tempo, ma a ben vedere, dopo averlo ascoltato di nuovo, penso che parti di esso siano davvero belle.

Nel 2013 la BBC ha realizzato un meraviglioso documentario sulla realizzazione di Tubular Bells. L’album è stato prodotto da Tom Newman, che ha anche prodotto diversi degli altri album di Mike Oldfield nel corso degli anni. Alcuni fan dicono addirittura che Newman è sempre presente quando Oldfield fa la sua migliore musica. Nel documentario, Newman afferma che Oldfield fa sempre la sua musica migliore quando è triste. Ho chiesto a Oldfield se avrebbe fatto eco a quel sentimento.

– Hmmm. * lunga pausa * Risale al tempo in cui ero un adolescente. Ero molto insicuro di me stesso. Che naturalmente è abbastanza normale per un adolescente. Ma l’ho sentito molto profondamente. Stavo avendo quello che ho imparato in seguito fosse una “crisi esistenziale”, è così che gli psicologi la chiamano. Mi spaventava davvero. Quindi, la musica era un mondo a parte per me, dove avevo il controllo e la comprensione. E ogni strumento era come un personaggio che ha la sua voce. Questo ha reso la musica così reale per me. Ho anche visto quanto potere e influenza possono avere la musica sulle persone.

Negli ultimi quattro anni Oldfield non solo ha perso il figlio maggiore, ma ha anche divorziato. Gli chiedo quindi se quei demoni fossero in agguato in sottofondo durante la creazione di “Return to Ommadawn”.

– Non li chiamerei demoni. Ma ho passato quattro anni molto difficili. C’era un’enorme tragedia in famiglia e avevo problemi legali, problemi personali e problemi finanziari. Le vendite record non sono più come una volta, lo sai. Quindi, credo di essermi ritirato di nuovo in questo mondo della musica.

Oldfield sottolinea che non è unico in questo senso.

– Molti artisti fanno del loro meglio quando sono sotto pressione. Perché puoi ritirarti in questo mondo sicuro, dove sai esattamente cosa sta succedendo. Negli ultimi anni ho visto il lato più oscuro della vita e il lato più oscuro della natura umana. E niente di tutto ciò esiste nel mio mondo musicale, capisci?

Mike Oldfield and sea

Il patrimonio di Napster

– Hai parlato di vendite record basse. Tornando a Jean-Michel Jarre, che è attualmente il presidente della CISAC (organizzazione che lavora per i diritti degli artisti), ha detto che se gli artisti non sono adeguatamente pagati per il loro lavoro dai servizi digitali e di streaming, non otterremo una giovane generazione di nuovi artisti che sono in grado di guadagnarsi da vivere con la carriera musicale. Qual’è la tua posizioni in merito?

– Ha assolutamente ragione! Tutto è iniziato con Napster nei primi anni 2000. Ho avuto un collega che mi ha avvisato di Napster. Così, ho informato il mio avvocato e ha informato la mia compagnia discografica. La settimana seguente era sulla prima pagina di Music Week. È diventato facile per chiunque ascoltare qualsiasi cosa gratuitamente. A quanto ho capito, i servizi di streaming pagano una quota per la compagnia discografica per poter suonare tutta la loro musica, ma molto poco di quel denaro torna agli artisti ai livelli più bassi. Se un artista ottiene milioni di ascolti, immagino ci sarà una specie di tangente. Ma per qualche miglia, non ottieni niente. Quindi, è assolutamente giusto, sarà impossibile guadagnarsi da vivere con la registrazione di musica. Il tour sarà l’unico modo per fare soldi, a meno che gli artisti e le case discografiche non siano in grado di sistemare le cose.

Come già detto, Mike Oldfield ha realizzato diversi giochi per computer. E dice che l’industria musicale potrebbe imparare una o due cose dall’industria dei giochi.

– Se hai un gioco per computer, è molto difficile copiarlo o farlo mettere online gratuitamente. Penso che forse l’industria musicale dovrebbe guardare al loro modello di business e offrire la musica in servizi online protetti, ma di facile utilizzo. In questo modo, quando qualcuno acquista il tuo prodotto, ottieni la tua quota ragionevole e le persone possono iniziare a guadagnare di nuovo.

La musica moderna è come il porridge

Il che lo riporta allo stato attuale della musica.

– Penso che la musica di oggi sia diventata così strutturata che… c’è ancora buona musica, non fraintendermi, ma è diventata così strutturata che è come un porridge. Tutti seguono gli stessi ingredienti su come realizzare una canzone. E tutto suona in modo disumano, perfetto a volte. Ecco perché in “Return to Ommadawn”, ho mantenuto gli errori che ho fatto durante la registrazione. Se ho suonato un po’ male qua e là, non l’ho corretto. La maggior parte è stata registrata al primo tocco, proprio come lo era “Tubular Bells”. Allora avevamo così poco tempo, quindi dovevamo andare avanti. Allora quegli errori mi davano fastidio.

Ma ora, dice, si rende conto che le cose nella vita sono imperfette.

– È come noi umani. È umano avere difetti e imperfezioni. Ma oggigiorno, ritocchiamo con Photoshop il corpo umano nelle fotografie. Sai, rendono la vita delle persone più sottile e  la faccia più liscia e così via. Lo stesso è successo con la musica. È tutto perfetto. Ma nessuno è perfetto. Secondo me la musica ha perso tutto il suo carattere e la sua individualità.

Tubular Shadow

In gran parte del mondo, Mike Oldfield è famoso soprattutto per Tubular Bells. In America è l’unica cosa per cui è famoso. Ma in molti paesi europei è famoso per le canzoni pop come “Moonlight Shadow” o “To France”. Nella mia terra natia della Norvegia, “Crises” del 1983 è il suo album più famoso. E’ rimasto in classifica per quasi un anno.

– Deve essere bello avere mercati diversi e non essere limitato?

– Ha. È un buon punto. Suppongo che sia abbastanza figo. Tutti i paesi hanno la loro individualità e le diverse culture apprezzeranno cose diverse. In Germania, ad esempio, non è mai piaciuto veramente Tubular Bells. Ma alcuni degli album successivi sono diventati molto, molto popolari. È un po’ strano, sì. Ma è una buona situazione, credo.

Oldfield e la Norvegia

Nel 1985, Mike Oldfield pubblicò il singolo “Pictures in the Dark”. La cantante principale era la cantante norvegese Anita Hegerland (lei stessa una grande star in Germania) e Oldfield e Hegerland divennero una coppia per i successivi sei anni. Hanno avuto anche due figli.

– Dobbiamo parlare un po ‘della Norvegia, perché hai una relazione speciale con la Norvegia. Hai figli e nipoti qui, vero?

– Esatto, sì. Ci sono stato molte volte.

– Ti piace qui?

– Sì, è adorabile.

– È un po ‘freddo, però.

– Sì, ma te lo aspetti.

In questi giorni non lascia le Bahamas, sono invece i suoi figli a venire a trovarlo.

Fare dei tour

Durante la sua carriera, Oldfield ha lavorato con diversi vocalist e musicisti. Alcuni avevano già avuto una carriera di successo, mentre altri hanno avuto una carriera a causa della collaborazione con lui. Ma ce n’è uno in particolare di cui sono ansioso di parlare.

– Hai anche lavorato con uno dei miei altri grandi eroi musicali, il cantante degli Yes, Jon Anderson. Dimmi un po’ di come è iniziata questa cooperazione.

– Non riesco a ricordare come sia successo, davvero. L’unica volta che ho incontrato Vangelis era in realtà a casa di Jon Anderson. Questo era proprio quando stavo facendo la colonna sonora per il film “The Killing Fields”. E Vangelis aveva vinto l’Oscar per “Chariots of Fire”. Così, gli ho chiesto come è lavorare con David Putnam e alcuni consigli tecnici sulla composizione di musica per film.

La collaborazione tra Anderson e Oldfield ha prodotto due canzoni. Il meraviglioso “In High Places” dall’album Crises nel 1983 e il singolo “Shine” del 1986.

– Penso che sia stato Jon a contattarmi. Ha una voce davvero unica. E abbiamo fatto un paio di tracce insieme. Siamo persino andati alle finali di coppa allo stadio di Wembley insieme.

Ci vollero quasi sei anni dalla fortunata ascesa di Tubular Bells nel 1973 prima che Oldfield facesse il suo primo tour, il tour Exposed. Dopo di che è entrato in un ciclo di un album all’anno, seguito da un tour, fino al 1985. Da allora ha fatto un solo tour, quello del 1999.

– Ora che hai iniziato a fare musica di nuovo, ci sono piani per un nuovo tour?

– No!

– Wow. Una risposta decisa e concisa!

– Sarebbe difficile trovare persone che suonano come me. “Return to Ommadawn” ha da solo diversi stili di musica. Voglio dire, ovviamente potresti trovare persone che possono suonarlo, ma suonerebbero la loro versione e quindi non sarebbe più la mia musica.

E ancora una volta, torniamo alle Olimpiadi.

– I giochi olimpici sono stati così alti, che lascerò che sia la fine della mia carriera di musicista dal vivo. Suonare per un miliardo di persone… Sarà impossibile superarlo!

Pubblicato il 18 maggio 2018 su ElfWorld

Mike Oldfield: – Technology finally caught up with me

Luke Oldfield, figlio di Mike Oldfield, parla di suo padre, dei Gypsyfingers e del fare musica

Luke Oldfield, il cui padre è nientemeno che Mike Oldfield, ha intrapreso il suo proprio  percorso quando si tratta di creare musica; realizzare canzoni uniche e video affascinanti insieme alla sua band, Gypsyfingers, e alla moglie Victoria Coghlan.
Tuttavia, dà credito a suo padre per averlo ispirato ad intraprendere la carriera musicale, insieme al fratello maggiore Dougal, che è morto nel 2015, a soli 33 anni.
“Il primo concerto di mio padre che sono andato a vedere è stato alla Royal Albert Hall nel 1993, dove hanno suonato Tubular Bells (Tubular Bells II 20th Anniversary Tour 1992/93 ndt.). Sono rimasto sbalordito da tutta la faccenda – ho pensato che fosse incredibile” – ha detto Luke, che vive a West London con Victoria.

“Devo aver avuto circa 7 anni. Ricordo di essere stato colpito dall’uomo delle caverne che è venuto sul palco per Tubular Bells Two. Ho pensato «Chi è quel tizio? C’è un vero uomo delle caverne sul palco!»
Più tardi, ho scoperto che era il percussionista della band di mio padre e l’ho anche incontrato quando hanno suonato per la Cerimonia d’apertura delle Olimpiadi nel 2012. Il suo nome è Alasdair Malloy. Quando l’ho incontrato e gli ho parlato di questo, mi ha detto «Lo sai che ero io?» Avevo finalmente incontrato l’uomo delle caverne.”

Luke, a destra, con suo padre, al sound check per le Olimpiadi di Londra del 2012

“Mio padre non va in tour dal 1999, ma quando lo ha fatto è stato davvero impressionante. Sono immensamente fiero di lui, è molto bello. I miei genitori si sono separati quando ero molto giovane. Per me, non è una rockstar – è solo mio padre. Per me è interessante vedere la percezione di lui da parte dei fan. Anche se lui dice che è stato assente mentre crescevamo, andavo spesso a casa sua e facevamo ciò che fanno padri e figli”.

“Mio fratello ha iniziato a suonare la chitarra quando aveva 16 anni. Ricordo che era verso fine anno quell’anno che ho iniziato a prendere lezioni di chitarra a scuola. Ho provato ad imparare a suonare il pianoforte quando avevo sette anni, ma non ci sono riuscito. Così mio padre, mio fratello e io siamo andati a fare shopping in Denmark Street a Londra e mi ha comprato una chitarra classica, che ho ancora oggi.”

“Ciò che è bello è che se sei bravo, ti diverti a suonare e visto che ti diverte, suoni di più e continui a migliorare. È un bel cerchio. Cercavo di suonare musica che ascoltavo alla radio, come Red Hot Chili Peppers. All’età di 12 anni, non sei un grande ascoltatore di musica, anche se in questi giorni è un po’ diverso. Ascoltavo solo la musica che mio fratello aveva. Under The Bridge dei Red Hot Chili Peppers era uno di questi, ma anche tanti altri.
Se andavo a casa di mio padre, lo ascoltavo mentre lavorava sulla sua musica – che è ovviamente molto eclettica. Il primo album di mio padre che ricordo di aver ascoltato è The Songs of Distant Earth. È un album incredibile ispirato alla fantascienza.”

“La sua musica è così varia, deve aver ispirato anche me nel corso degli anni. Grazie alla mia famiglia, la musica per me non ha regole.”
Luke fu influenzato anche dalla madre, perché durante il periodo della sua collaborazione artistica con la Virgin Records, portava con se il piccolo Luke, stimolandolo a perseguire una carriera nel settore.
Senza dubbio, Sally Cooper ha avuto da raccontare storie incredibili di quel periodo, dato che organizzava eventi come l’iconica festa dei Sex Pistols sul Tamigi nel 1977.
“Il mio primo CD fu “Kiss From A Rose”, di Seal. Mi era stato regalato un Discman (il primo CD player della Sony ndt.) per Natale e non riuscivo proprio a smettere di ascoltarlo” – ha aggiunto Luke, che ha appena compiuto 32 anni.

Luke Oldfield, insieme a Gypsyfingers, mentre accompagna James Blunt

“Mia madre collaborava con molti artisti e ha incontrato mio padre alla Virgin, quando lei era un addetto stampa. A me è sempre sembrato il lavoro più bello del mondo. Quando i miei genitori si sono separati, è diventata una collaboratrice artistica per la Virgin, sistemando le cose per i musicisti, che si trattasse di prenotazioni in hotel, oppure di organizzare il trasferimento da e per gli spettacoli”.
Luke registra musica per Gypsyfingers agli Studios Tilehouse di Denham, che è stato originariamente costruito nel 1981 da suo padre nella loro casa di famiglia di allora.
Lavora anche agli Toe Rag Studios a Londra, dove The White Stripes ha inciso l’album Elephant, vincitore di un Grammy.

“Sono andato al college di musica a Bristol” – dice Luke. “Mio padre aveva costruito uno studio nella casa in cui viveva insieme a mia madre – la casa in cui siamo cresciuti. In effetti, lavoro lì ora. Quando ho finito il college, ho pensato che mi piacerebbe molto gestire uno studio di registrazione – e questo è quello che ho avuto. Dovevo solo capire come fosse cablato all’origine, dato che tutto era stato tagliato. Mi sono messo in contatto con l’architetto, che mi ha inviato i disegni originali. Dopodiché, ho dedicato tutto il mio tempo a costruire ciò che è ora: un edificio fantastico che merita di essere usato. Parallelamente al lavoro nel mio studio, lavoro anche in uno studio chiamato Toe Rag Studios di Hackney.”

Gypsyfingers

“Lo studio è completamente analogico, come se stessimo registrando negli anni ’60. Quando si utilizza l’analogico, bisogna fare molto più affidamento sui musicisti. Ho incontrato qui gli Wolf Alice quando sono venuti a registrare un loro singolo.
La registrazione per The Undertones è stata la mia seconda sessione come ingegnere: è stato piuttosto angosciante; tutti avevano sentito parlare di The Undertones. Ma erano molto carini e ha funzionato davvero bene.
Poi seguirono The Wytches; ho prodotto il loro primo album che hanno registrato agli Toe Rag Studios.”

Gypsyfingers, che attraversa un’intera gamma di generi, dalla dance, al folk, al rock e altro, è iniziato come il progetto solista di Victoria nel 2010, fino all’incontro con Luke l’anno successivo, dopo il quale hanno registrato il loro primo album in duo.

La coppia, insieme a Simon Hedges al basso e Patrick Kenneally alla batteria, ha poi accompagnato James Blunt a Varsavia, in Polonia, nel 2014.

L’ultima volta che hanno suonato a Birmingham, è stato come supporto per Tubular Bells For Two – due musicisti che suonano l’intero album da soli sul palco – a ottobre 2017.

Gypsyfingers ritorneranno nella regione delle Midlands questo venerdì, per suonare all’ambasciata cubana di Birmingham.

Articolo del 3 maggio 2018 su Express & Star 
https://www.expressandstar.com/entertainment/music/2018/05/03/mike-oldfields-son-luke-oldfield-on-his-dad-gypsyfingers-and-making-music-ahead-of-birmingham-gig/
Foto dei Gypsyfingers: Alexandra Cameron e Sally Low

Gli incantesimi di Mike Oldfield

Un incantesimo lungo quarant’anni. Nel 1978 usciva “Incantations”, quarto album dell’eclettico musicista inglese Mike Oldfield. Un lavoro definito monumentale, per certi tratti addirittura più solenne di “Karn Evil”, la suite di Emerson, Lake and Palmer che occupa gran parte del capolavoro “Brain salad surgery” di cui questa rubrica si è da poco occupata, ma anche di “Tales from topographic oceans”, album degli Yes accusato (ingiustamente secondo il parere dell’autore di questo pezzetto) di una magniloquenza eccessiva.
Comunque, “Incantations” è un discone che tiene vivo il rock progressive che, specialmente nel Regno Unito, in quegli anni aveva ormai issato la bandiera bianca. Il suo problema, semmai, è essere arrivato dopo le opere più amate dell’autore: “Tubular bells”, disco d’esordio di Oldfield del ’73, “Hergest ridge” (1974) e “Ommadawn”, altro capolavoro del ’75, di cui recentemente è uscito un seguito piuttosto criticato, ma che resta l’ennesimo esperimento interessante di Oldfield. “Incantations”, incantesimi, è un disco magico, fin dal nome, che richiama temi carissimi al pubblico del prog. E’ diviso in quattro parti in cui Oldfield alterna musica e testi (tra cui il poema epico “The song of Hiawatha” di Henry Wadsworth Longfellow dedicato al leggendario capo Mohawk nel 1855 e “Cynthia’s revels”, lavoro teatrale scritto da Ben Jonson nel 1599).
Le atmosfere della parte 1 e della 2 sono bucoliche, grazie anche ai flauti e alle voci del Queens College Girls Choir che ripetono ossessivamente “Diana, Luna, Lucina, Lumen”, riuscito omaggio alla mitologia romana. La seconda parte è invece dominata dalla figura del capo nativo americano. Oldfield sostituisce qui e là qualche parola ma i due estratti che usa (“Hiawatha’s departure” e “The son of the evening star”) potrebbero spingere addirittura un ascoltatore curioso ad approfondire l’opera di Longfellow.
La terza parte è gioiosa e trionfante, specialmente i primi minuti sono irresistibili, mentre l’ultima è caratterizzata dall’omaggio a Jonson e, a detta di alcuni, è quella di minore impatto. “Incantations” è dunque solenne, imponente e monumentale. E conserva ancora un fascino irripetibile. Di lì a poco, infatti, Oldfield dirigerà la vela verso altre rive, pur continuando a produrre buona musica. Rive più commerciali.

Articolo di Michele Ceparano su Gazzetta di Parma del 28 aprile 2018
https://www.gazzettadiparma.it/news/musica-news/510044/gli-incantesimi-di-mike-oldfield.html

Moonlight Shadow: il significato nascosto di una canzone che fa male

Probabilmente vi sarete messi a cantare in macchina sorridendo come me all’ascolto di questo pezzo.
Beh, sbagliate. Sbagliamo tutti.

Moonlight Shadow è un singolo di Mike Oldfield, compositore rock britannico nato nel ’53 che ha spaziato nella sua vita dall’hard rock all’elettronica. Il singolo è estratto dall’album Crises e risale al 1983.
Il brano è cantato da una cantante scozzese, Maggie Reilly. Era stata contattata Enya e sarebbe stato molto curioso sentirla qui in azione.
Maggie ben soddisfa però la meraviglia dietro le note nello scoprire che questa canzone è tutt’altro che allegro componimento da ascoltare a un faló di mezz’estate.

Nel testo c’è lo stupore immobile di una ragazza che vede morire, portato via al chiaro di luna, il proprio ragazzo colpito a morte da un colpo di pistola durante una rissa. Ed è qui, che Maggie si incazza, quando nel climax ascendente della canzone alla fine si rende conto che il proprio amore sta morendo, è stato proprio sparato, lì, al chiaro di luna.

The trees that whisper in the evening
Carried away by a moonlight shadow
Sing a song of sorrow and grieving
Carried away by a moonlight shadow
All she saw was a silhouette of a gun
Far away on the other side
He was shot six times by a man on the run
And she couldn’t find how to push through

Gli alberi sospirano nella sera
Portati via dall’ombra del chiaro di luna
Cantando una canzone di dolore e disperazione
Portata via dall’ombra del chiaro di luna
Tutto quel che vide fu il profilo di una pistola
Lontana, dall’altro lato
Gli hanno sparato sei volte, è stato un fuggitivo
E lei non trovava il modo di superarlo

Solo il Rock credo, solo il rock può celare tanto mistero, tanta crudeltà, dietro note tranquille, dietro una voce delicata, dietro tonalità invitanti quasi da summer hit, che invece trasportano un duro messaggio. Quello della inerme, impotente, meraviglia di fronte alla morte violenta e inaspettata del proprio amato.

Il basso e la batteria cedono accompagnano una chitarra che si prende spazio in un assolo quasi a voler urlare ciò che la voce non dice, rotta dal dramma.

Si è ipotizzato si trattasse dell’omicidio di Lennon che sarebbe stato fonte di ispirazione per il testo, certo il pubblico solo così avrebbe potuto prenderla, meraviglia e impotenza, dolore.

I stay, I pray
See you in heaven far away
I stay, I pray
See you in heaven one day

Resto qui, a pregare
Ci vediamo in paradiso, lontano
Resto qui, a pregare
Ci vediamo in paradiso, un giorno

Mi sembra di vederla, una ragazza rotta dal dolore e dallo stupore di una morte arrivata in una notte di festa. Impotente.

Il chiaro di luna a fare da cornice a un evento paradossale che, ancora una volta, è stigmatizzato dal rock.

Articolo pubblicato il 9 febbraio 2018 su Auralcrave
https://auralcrave.com/2018/02/09/moonlight-shadow-mike-oldfield-il-dolore-nascosto-dietro-le-apparenze/