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Mike Oldfield: “It’s the age-old story. Out of suffering comes beauty”

When Oldfield’s world fell apart he found salvation through music that channelled the spirit of his ’70s work

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Source: https://www.musicradar.com/news/mike-oldfield-its-the-age-old-story-out-of-suffering-comes-beauty

Return to Ommadawn: recensione DeBaser

Il peggior tempo per la vita è il miglior tempo per l’arte.

Ho sempre tenuto in grande considerazione questo assioma e ne ho riscontrato personalmente la funzionalità: ogni forma d’arte mi ha dato ampi esempi, dalla poesia, alla pittura, per arrivare senz’altro alla musica.
Mike Oldifield, che spero non abbia bisogno di presentazione alcuna, se ne esce da pesanti esperienze familiari con la morte del padre prima e del figlio trentenne poco dopo. E, mentre superare il primo lutto è un triste esercizio generazionale, il secondo dev’essere tra le cose più devastati al mondo. Moralmente distrutto, ad ottobre 2015 annuncia di volersi mettere al lavoro e di voler preparare un sequel per uno dei suoi lavori più acclamati, “Ommadawn” del 1975 che ebbe, per certi versi, più attenzioni di critica persino del gigante “Tubular Bells”.

Come allora si è trovato un posticino tranquillo e alla mano, tipo Nassau nelle Bahamas, si è chiuso in sala di registrazione e ha dato sfogo a tutti i propri sentimenti, scuri, opprimenti, talvolta più liberi e sereni, ma sempre fortemente intimistici. Non si tratta di riproposizione di temi editi, ma di materiale composto ex novo per l’occasione e, proprio per rinverdire i fasti dell’epoca, ha voluto tornare al modello che vede una lunga suite, distribuita in due parti, così da ricreare l’idea delle due facciate del vinile.

Se la costruzione del primo Ommadawn era caratterizzata dal sovrapporsi e dall’alternarsi di decine di strumenti, in un gioco di intarsi mirabile quanto unico, qui la medaglia rappresenta il suo rovescio e tutta la strumentazione diventa parca, asciutta, minimale: quel tanto che basta per rappresentare l’idea. D’altronde ad una casa bastano solai, muri, finestre e pavimenti, non sono più i tempi delle gargolle, dei modiglioni, dei timpani, dei capitelli, degli erker e dei fronzoli estetici con più o meno funzionalità. Nel rappresentare la sua attuale casa interiore, quel poco che serve è quello che ci ha dato, nulla più.

Non sono solo gli elementi ad essersi assottigliati in numero, quello che salta fuori da questo disco è una fortissima semplificazione delle composizioni e delle modalità esecutive. Quasi che l’impressionante capacità dimostrata negli anni, si sia senilmente annullata e gli arpeggi, le modulazioni, le diteggiature, siano quelle di un anziano che lavori a fatica. In certi momenti sembra di sentire un grande impegno, un grande lavoro, quasi quello di un atleta che tenti di strappare un record del mondo con i mezzi a sua disposizione, ma il risultato manca. Tanto rispetto per questo, ma, intendiamoci, Oldifield non ha 100 anni e non è l’unico musicista attivo dai primi anni ‘70.

Il difetto principale di questo disco è il suo indurre in uno stato di torpore da noia. Scatena un ineludibile addormentamento da autodifesa, ti fa chiudere gli occhi con lo stesso irrefrenabile desiderio che hai quando la tramontana ti asciuga troppo l’iride.
E’ un disco fuori tempo massimo, fatto da un maratoneta che arriva al traguardo quando la giuria sta già smontando il bancone della punzonatura, le luci sono ormai spente e i netturbini spazzano via le ultime cartacce dall’asfalto. Eppure era un fior di maratoneta, un genio precoce e totale, fin dai suoi primi incisivi giri di basso con i Whole World di Kevin Ayers.

È che stiamo parlando di Mike Oldfield, uno che ha venduto l’iradiddio di dischi e se ne esce con un arpeggio, a circa dieci minuti della prima parte, che sembra di sentire, per chi se li ricorda, gli Oliver Onions di “Verde” oppure con i crescendo tribali da indiani in giro al Tepee qualche minuto dopo o ancora con frivole quanto inutili gighe celtiche su tenui tappeti arpeggiati e con i vocalizzi che sembrano, sbadatamente verso la fine della seconda parte, voler riprendere quelli storici di “Tubular Bells”. Dei circa quaranta minuti del disco mi convincono sì e no tre, quattro minuti.

Tornando all’assioma iniziale: “Il peggior tempo per la vita, è il miglior tempo per l’arte”? Mi devo ricredere oppure ipotizzare un’eccezione che conferma la regola? “Return to Ommadawn”? No, grazie.

Recensione scritta da TheJargonKing per DeBaser.

Voto: 
Fonte: https://www.debaser.it/mike-oldfield/return-to-ommadawn/recensione

Return to Ommadown: recensione MusicOff

Chissà quale direzione segue l’ago della bussola che ha guidato Mike Oldfield nel suo ritorno a Ommadawn. Il ventinovesimo album del musicista inglese, appena uscito, da un lato ha tutti i tratti di un bel viaggio alla riscoperta delle proprie origini musicali: un sentiero che si snoda lungo due grandi movimenti come nei primissimi dischi, tracciato su richiami all’Ommadawn di quarant’anni fa e temi alla Voyager.
Registrato e prodotto nel suo studio privato a Nassau, Return To Ommadawn è poi anche una riflessione in solitaria, nella quale Oldfield rifiuta di rinunciare al suo tocco personale suonando tutti e 22 gli strumenti, abbandonandosi a sonorità di stampo celtico più che familiari, con qualche visita elettrica a ricordi prog.

Dall’altro lato, i maliziosi potrebbero però notare che il progetto è spuntato in seguito a una ricerca sui social, dalla quale è risultato a sorpresa che l’album più amato dai fan di vecchia data – più del blasonato Tubular Bells – è proprio Ommadawn. Ed ecco che la poesia viene lievemente oscurata dall’ombra della mossa commerciale.

La risposta sta probabilmente nel mezzo: Return To Ommadawn è infatti un album che piacerà ai nostalgici; ripropone le sonorità classiche di Oldfield, timbri e tessiture melodiche già collaudate e di sicuro impatto che hanno dato alla sua musica un marchio di fabbrica inconfondibile. Tanto mestiere quindi, ma anche atmosfere ricche di riverberi, distese e fiabesche, che regalano diversi passaggi molto piacevoli, in un lavoro dedito più a emozionare che a stupire; da ascoltare senza colpe con leggerezza, lasciandosi semplicemente coinvolgere.

di Giacomo Baroni

Return to Ommadawn: recensione AgesOfRock

A tre anni di distanza dal deludente Man On the Rocks, Mike Oldfield torna in scena con un progetto annunciato quanto, a mio avviso, insidioso. Return to Ommadawn, titolo del nuovo lavoro, spiega ampiamente le intenzioni del poli strumentista e compositore di Reading ed il rischio conclamato è quello di scivolare in una operazione nostalgia tesa forse a riscattare un recente passato musicale non troppo brillante.

Questo album è stato presentato dal musicista come il sequel dello splendido disco pubblicato nel 1975 ricalcandone il formato, una lunghissima suite strumentale divisa in due parti; ne replica le atmosfere, il mood, diverse sonorità, generando in chi scrive un senso di malinconia per il tempo andato frammisto a perplessità.Arpa celtica, mandolino, banjo, ukulele. Ed ancora, Hammond, Farfisa, percussioni africane, glockenspiel, bodhrán (un tamburo irlandese), oltre a numerosi strumenti più tradizionali in ambito rock…Oldfield non si è fatto mancare nulla, nessun ingrediente, per potere riannodare al meglio i fili con il suo lontano e prestigioso passato.

Ora, per valutare serenamente l’ascolto di questo album, individuo due principali chiavi di lettura; la prima, quella che probabilmente fa capo al pubblico più nostalgico e “die hard”, accoglierà questo Return to Ommadawn come un viaggio a ritroso nel tempo, nella giovinezza, in un pastiche musicale tra sonorità medioevali e pastorali rimaste scolpite nella memoria. Oldfield dal canto suo è prodigo in questo caso di autocitazioni, di agganci temporali a quello che resta uno dei suoi dischi più riusciti, indimenticabili e l’effetto remembering (va detto) viene centrato perfettamente. Tra le mille note che avvolgono all’ascolto viene spontaneo lasciarsi andare ai ricordi di un’epoca (ahimè) ormai lontana, in cui la forza propulsiva della musica era qualcosa di inarrestabile e sorprendente.

L’altra interpretazione al contrario prevede un senso di iniziale piacere, ben presto soppiantato dalla netta percezione di trovarsi di fronte ad una pura rivisitazione, un mero aggiornamento, forse incomprensibile ed inutile. Per quanto lo sforzo profuso dal musicista inglese non sia da sottovalutare i 42 minuti messi in campo non propongono un benché minimo spiraglio alternativo al copione originario. E se questo, da un lato, poteva essere preventivabile data la natura stessa del progetto, al tempo stesso lascia una sensazione fastidiosa, un déjà vu funzionale alle vendite ma che, in quanto tale, davvero nulla aggiunge al catalogo dell’artista.

Mai come in questo caso preferisco lasciare ad ognuno il piacere di ascoltare e seguire le proprie sensazioni; per parte mia concludo dicendo che questo non è e non può essere un disco che suscita valutazioni a mezza via: o lo si ama o lo si detesta per i motivi sopra descritti, ferme restando le qualità tecniche e compositive del grande Mike Oldfield. I suoni sono scelti e curati con la solita estrema perizia, le atmosfere catturano all’istante, peccato però che fondamentalmente si tratti di una riproposizione.

di Max

Return to Ommadawn: recensione Ondarock

Timbrato il cartellino del ritorno alle canzoni pop alla “Moonlight Shadow” con “Man On The Rocks” (2014), un Mike Oldfield praticamente scomparso dai radar ma sempre presente nel cuore collettivo si riappropria anche della sua leggendaria forma-suite con “Return To Ommadawn”.
Il primo “Ommadawn” (1975) è stata una delle sue composizioni più pan-etniche: fondata sulla moltiplicazione degli strumenti e in particolare su di un coro angelico, raggiunge qualità di requiem e si lancia infine nel suo tipico massimalismo medievaleggiante.

Unico vero merito del sequel è – in qualche modo – quello di contraddire lo spirito del primo episodio asciugando notevolmente la strumentazione. In ogni caso, bastano pochi minuti della paccottiglia celtica della prima parte, degenerante nella carta da parati, per rendersi conto di quanto Oldfield sia arrugginito e sclerotico nel panneggio e nella modulazione.
La seconda parte avrebbe uno spunto melodico anche discreto, ma è tutto frenato dal vaneggio new age che porta l’ascoltatore all’orticaria anziché all’estasi, e da un’esecuzione persino amatoriale (quasi ridicolo il galoppo attutito con cui l’autore cerca di dare vigore al pezzo) che cerca di minuto in minuto l’arte della variazione sempre più epica.

Più podio per le sue chitarre (dal mandolino all’elettrica, peccato perché il particolare clavioline proprio non si ode) che reale componimento, più colonna sonora per una sua insegna pubblicitaria che risultato artistico. Quarant’anni dopo il fatto, Oldfield smette finalmente di saccheggiare alla carlona “Tubular Bells” (1973) e s’impegna a fare le cose per bene, come a suo tempo, per lo più campionando parte della prima composizione e incollandola qui a mo’ di gran finale-nostalgia. Ci riesce, a malapena per lo zoccolo duro degli aficionados, con un disco vanesio e parecchio lezioso. Per gli altri dura un paio di ascolti. Scarso successo commerciale in Europa, benino in Nuova Zelanda. Anticipato da una “single version” per le radio a fine 2016.
(01/02/2017)

di Michele Saran

Fonte: http://www.ondarock.it/recensioni/2017-mikeoldfield-returntoommadawn.htm

Return to Ommadawn: recensione FareMusic

Un album senza un perché

Mike Oldfield pubblica un nuovo lavoro discografico e vien subito da pensare: “A volte ritornano…”
No, perchè ascoltando questo nuovo album (il 29mo), Return to Ommadawn, mi è tornata in mente una canzone di uno dei miei cantautori preferiti, lo spagnolo Joaquin Sabina, poco o per niente conosciuto dal pubblico italiano.
La canzone s’intitola “Y nos dieron las diez” e parla di un posto di mare in cui l’autore ha tenuto un concerto, al termine del quale cerca ristoro nell’unico bar trovato aperto.
Il bar è gestito da una sensuale donna che, avendolo riconosciuto, gli offre da bere a patto che lui le canti una canzone; lui accetta a patto che lei lasci aperto il balcone che s’affaccia sul suo cuore. Ammaliato dalla sua bellezza lui canta al pianoforte tutto il suo repertorio, mentre i clienti del bar se ne vanno ad uno a uno finché restano soli. Lei gli si avvicina e con le dita gli disegna un cuore sulla schiena mentre lui corrisponde infilandole la mano sotto la gonna. Lei chiude il bar e lui teme di essere sul punto di innamorarsene, la accompagna a casa fermandosi ad ogni lampione per baciarla; lui avverte forte il desiderio di dormire con lei che non vuole dormire da sola. Ma mica dormono, eh…
La mattina seguente si lasciano con la speranza di incontrarsi nuovamente prima o poi.
L’estate finisce, arriva l’autunno seguito dall’inverno e quindi, dopo la primavera, una nuova estate. Casualmente torna ancora nello stesso luogo per un altro concerto, durante il quale scruta tra la folla degli spettatori, sperando di riconoscere il volto della compagna di una notte, senza riuscirci.
Finito il concerto torna al bar di un anno prima, ma al suo posto ci trova la succursale di una banca. Per vendicarsi comincia a tirare sassi contro le vetrate e viene arrestato. Lo portano alla Centrale di Polizia dove si giustifica dicendo di aver agito in stato di ubriachezza, ma gli fanno comunque passare la notte in guardina, nella stessa stanza in cui un anno prima aveva vissuto una notte d’amore…

A questo punto vi chiederete, ma che c’entra tutto questo con Mike Oldfield?
C’entra, c’entra, perché al buon Mike dev’essere successo qualcosa del genere: è tornato ad Ommadawn (facendovici tornare pure i suoi fans), ma a distanza di anni il posto è cambiato radicalmente e non vi è più traccia di quanto esisteva in passato.

Già la copertina ci mostra una paesaggio glaciale e minaccioso, ma è il contenuto musicale a lasciare perplessi…
Se vi aspettate di trovare la geniale freschezza di Tubular Bells, le atmosfere oniriche di Hergest Ridge o quelle celtiche dell’originale Ommadawn, penso che resterete delusi.
La struttura dell’album è costituita da una suite suddivisa in due parti strumentali di circa 21 minuti ciascuna, vale a dire, come due facciate di un disco LP in vinile (lo stesso formato usato in precedenza per Tubular Bells, Hergest Ridge, Ommadawn, Incantations), per la cui realizzazione non si è avvalso di altri musicisti, cimentandosi egli stesso con tutti gli strumenti (chitarre acustiche, classiche ed elettriche, basso acustico ed elettrico, mandolino, banjo, ukulele, arpa celtica, tastiere varie tra cui organi Hammond, Vox e Farfisa, Mellotron, Clavioline e pianoforte oltre a percussioni etniche e campionamenti vocali tratti dall’originale Ommadawn), il tutto registrato nel suo studio casalingo di Nassau alle Bahamas.

Il risultato è piuttosto deludente, più che un concept album sembra un’accozzaglia di riffs tanto puerili e scolastici da risultare irritanti, assolutamente privo di costrutto; le armonie mancano di tensione e rilascio, limitandosi a ripetere gli stessi riffs su posizioni diverse della chitarra o suonandoli prima in tono maggiore e quindi in tono minore.
Le chitarre elettriche distorte ed armonizzate sono assolutamente prive di dinamica.
I suoni usati, tanto quelli di chitarra quanto quelli sintetici, sono a livello di produzioni strumentali d’infimo ordine risultando spesso fastidiosi all’ascolto.

Viene da chiedersi che bisogno c’era di pubblicare un album inutile e controproducente come questo… sicuramente non per soldi (immagino che i diritti del solo Tubular Bells siano sufficienti a garantire un’agiata e confortevole vita a lui ed ai suoi eredi), ma nemmeno per esprimere qualcosa di nuovo ed impellente dal punto di vista artistico.

Un artista che sicuramente ha fatto scuola, ma che, almeno per quanto riguarda quest’album, avrebbe fatto meglio a ripassare la propria storia per spingersi oltre.

di Claudio Ramponi

Fonte: https://faremusic.it/2017/01/26/mike-oldfield-return-to-ommadawn-un-album-senza-un-perche/

Return to Ommadawn: recensione Mescalina

Ascoltare questo disco è come sfogliare un album di ricordi. Per Mike Oldfield, da tempo esule a Nassau, nelle Bahamas gli ultimi anni sono stati davvero terribili. Su quella che apparentemente è una vita da persona fortunata e senza problemi economici si è abbattuta una serie di sciagure senza fine. La morte del figlio di 33 anni e del padre sono state delle mazzate tremende, difficili da accettare ed assorbire facilmente. Per il talentuoso inglese di Reading, uno dei più straordinari polistrumentisti di sempre in ambito rock, quello del ritorno alla sua musica più bella è sembrato quindi il rifugio naturale.

Come solista è universalmente conosciuto da grandi e piccini grazie alla sua opera prima, il best seller Tubular Bells (1973), che inaugurò in maniera trionfale il catalogo della Virgin di Richard Branson, tutt’ora sua label di riferimento. Insieme a quello, gli album più apprezzati rimangono il secondo Hergest Ridge (1974) e Ommadawn (1975), quest’ultimo che musicalmente aveva davvero poco da invidiare al folgorante esordio. A distanza di oltre 40 anni Mike Oldfield ha pensato bene di riallacciare le fila del discorso riproponendo in pratica una seconda versione, una sorta di disco gemello dell’opera dei settanta chiamandolo Return to Ommadawn.

Nel far ciò, da autentico mago degli studi di registrazione, ha voluto ricreare l’atmosfera magica che aleggiava in quel disco ed ha deciso di utilizzare nuovamente molti degli strumenti che si ascoltavano in quell’opera maestosa. Tutti rigorosamente suonati da lui, com’è tradizione di molti suoi dischi.
Se nel disco del 1975 ci aveva messo la faccia ed i suoi lunghi capelli, adesso che va per i 63 anni, ha pensato bene di usare una immagine che riecheggia certe copertine del miglior prog inglese dei ’70, ispirata dalla visione ripetuta della serie televisiva Game of Thrones.

L’album si sviluppa come il suo predecessore in due lunghe suite di oltre 20 minuti, le classiche side A e B dei vecchi vinili. Se pensiamo allo stato d’animo con cui il disco è stato registrato, il risultato finale è davvero sorprendente se non proprio strabiliante, evidenziando come Oldfield abbia recuperato a pieno le sonorità inconfondibili dei suoi dischi di 40 anni prima, quelle gioiose arie celtiche e pastorali.
Le due lunghe composizioni, Return to Ommadawn Pt.1 e 2, suonano davvero come fossero outtakes o alternate tracks delle suite del vecchio album. Anche qui la varietà di strumenti suonati dall’inglese è incredibile. Troviamo il bodhran, il mandolino, il bouzouki, il glockenspiel, la chitarra flamenco, l’arpa celtica, la favolosa Gibson SG oltre alle irrinunciabili campane tubolari che lo hanno reso una star.

Altri arnesi da lavoro erano irreperibili per Mike, vivendo nel suo esilio dorato delle Bahamas, ma fortunatamente e grazie alle moderne tecnologie, ha potuto ricreare in studio il suono del Vox Continental, del Farfisa, così come il Clavioline, una sorta di precursore dei moderni synth, inventato addirittura nel 1947.
Per riproporre un suono più simile possibile all’originale ha estratto sezioni dell’Ommadawn primitivo, comprese le parti vocali recitanti, le ha fatte a pezzetti, aggiunto effetti sonori, le ha plasmate e modificate in maniera geniale fino ad ottenere quello che lui definisce “uno strano suono ultraterreno”.

Il successo di Ommadawn lo aveva come chiuso in un labirinto, costringendolo a ripetersi su quelle vette artistiche che invece nei decenni successivi non ha mai lontanamente avvicinato. Adesso quando sembrava che lo avessimo perso per sempre, musicalmente parlando, arriva questo clamoroso ritorno che lo riporta come per magia alle sue stagioni migliori. Welcome back Mike !

di Ricardo Martillos

La cronaca di un album (da Facebook)

Ultimamente tra noi fans si discute e ci si interroga spesso sulla reale identità dell’utente Facebook “Gordon Mikefield” e sull’autenticità dei suoi annunci. Alcuni sono addirittura scettici sulla possibilità che “Return to Ommadawn” possa un giorno davvero trasformarsi in un nuovo album. Così ho pensato di ricostruire una cronologia dei post di Gordon (talvolta cancellati dallo stesso autore poco tempo dopo la pubblicazione) riguardanti il lavoro sul nuovo disco, in modo che ciascuno possa farsi un’idea più precisa sull’argomento. La mia ricostruzione incomincia a Capodanno 2014-2015 e termina oggi:

31 dicembre 2014: Gordon fa gli auguri a tutti per il 2015 e annuncia di essere a lavoro su alcuni grandi progetti destinati a vedere la luce nel 2016.

12 maggio 2015: durante una breve intervista su BBC Radio 2, Mikefield parla del prequel di Tubular Bells (annunciato la prima volta quasi un anno prima), spiegando che sarà registrato “all’antica”, senza contributi digitali, e che forse sarà pubblicato solo in vinile.

Luglio 2015: Gordon abbandona Caroline Monk come responsabile della comunicazione e provvede da solo (?) ai post su Facebook. Il suo primo annuncio riguarda la riedizione di Discovery e The Killing Fields e alcune sorprese a suo dire contenute in “Suite 1984“.

25 luglio 2015: Gordon scrive che sta mettendo insieme una “Suite 1987 – ’89”, lavorando su circa 25 ore di registrazioni inedite risalenti agli anni compresi tra Islands e Earth Moving.

Settembre – ottobre 2015: Gordon apre una nuova pagina Facebook. Dopo pochi giorni annuncia l’idea di un possibile nuovo Ommadawn. Racconta di suonare alla vecchia maniera e di non essersi mai divertito così negli ultimi 35 anni.

15 ottobre 2015: Gordon afferma di continuare a lavorare su “A new Ommadawn“. A suo dire sta usando un metronomo analogico e suona tutti gli strumenti: bodhran, basso, chitarra acustica e spagnola, mandolino, glockenspiel, ecc. Infine dà appuntamento sulla sua pagina per Halloween.

26 ottobre 2015: un Gordon felice di creare musica annuncia che il suo nuovo lavoro sta assumendo una sua propria vita e che forse ne uscirà un album completamente nuovo senza riferimenti ai lavori passati. In ogni caso nel giro di un paio d’anni potrebbe anche realizzare un sequel o prequel di Tubular Bells e di Ommadawn.

31 ottobre 2015: Gordon pubblica il videoclip Zombies, in occasione di Halloween.

2 novembre 2015: con un nuovo post Gordon annuncia di continuare il lavoro su un pezzo di musica “fatto a mano“. Dice di aver registrato brani così come vengono al “primo colpo“, e perciò comprensivi di qualche errore. Per questo chiede ai fans se gradiscono questo genere di lavoro artigianale, simile al modo di procedere del 1972 usato per la registrazione di Tubular Bells.

19 novembre 2015: Gordon pubblica uno screenshot con il grafico delle piste registrate per il suo nuovo lavoro.

Metà dicembre 2015: altra immagine del grafico delle registrazioni pubblicata da Gordon sulle sue pagine. Tra i commenti, sempre da parte sua, spunta una lista con i titoli di 17 sezioni in cui sarebbe suddiviso il nuovo lavoro musicale. La grafia della lista (scritta a mano) pare proprio quella di Mike Oldfield.

19 dicembre 2015: Gordon offre ulteriori informazioni sul suo nuovo lavoro. A suo dire è a buon punto nella registrazione dei 18 minuti della prima parte. La notizia fa pensare a un’opera in forma di suite.

19 gennaio 2016: Esce l’annuncio del completamento della prima parte. Gordon con entusiasmo si dice in procinto di partire con la seconda parte. Poi dà un indizio sul titolo del futuro disco, pubblicando la foto di un uccello rapace.

5 febbraio 2016: pochi giorni dopo l’uscita delle riedizioni di Discovery e The Killing Fields e della Suite 1984, Gordon torna a parlare del suo nuovo lavoro. Nella seconda parte dice di aver inserito un brano che ricorda l’atmosfera della melodia di “Telstar“, un brano del 1962 dei Tornados. Incalzato da alcuni fans, tra i commenti Gordon aggiunge che la pubblicazione è prevista per il prossimo agosto e che il disco avrà una versione 5.1.

10 febbraio 2016: nuovo post di Gordon nel quale afferma di aver completato il brano simile a “Telstar”, che forse sarà intitolato “Victory“. Adesso è in procinto di iniziare un pezzo ricco di atmosfera ispirato alla barriera corallina dei suoi dintorni. Continua a lavorare accompagnato dal metronomo analogico.

20 febbraio 2016: Gordon spiega di aver aggiunto l’arpa celtica e un basso acustico al novero degli strumenti del nuovo album. Da segnalare che spesso, nel corso dei mesi, Gordon aveva già pubblicato foto di chitarre, tamburi, flauti e altri strumenti, lasciando ad intendere che fossero in uso durante la registrazione del nuovo disco.

10 aprile 2016: dopo alcune settimane di silenzio, Gordon riappare su Facebook per offrire nuove notizie. Stavolta si parla di “Return to Ommadawn“, dice di aver finito ambedue le parti e di dover provvedere ai ritocchi e alle rifiniture. Tutto probabilmente sarà pronto per il suo compleanno a metà maggio. Dice inoltre che è stata un’esperienza meravigliosa tornare a suonare gli strumenti acustici.

21 aprile 2016: Gordon posta due nuove foto contenenti la serie di 55 sezioni che costituiscono le due parti del nuovo album.

23 aprile 2016: Gordon pubblica un sondaggio col quale chiede ai fans le loro preferenze rispetto al titolo del suo prossimo album. “Return to Ommadawn” sembra essere il titolo preferito dai più.

3 maggio 2016: a detta di Gordon è tutto pronto! Si tratta di aspettare una data di pubblicazione da parte della casa discografica.

8 maggio 2016: doccia fredda per Gordon (e per i fans). Dei problemi tecnici nella registrazione di alcune chitarre rendono necessario un supplemento di lavoro sul nuovo disco.

24 maggio 2016: Gordon pubblica l’elenco completo degli strumenti impiegati nel corso della registrazione di “Return to Ommadawn“.

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29 maggio 2016: L’album è finito e ora Gordon sta provvedendo al missaggio 5.1. Intanto ha pronta qualche idea nuova di zecca per un nuovo “Tubular Bells 4“.

26 giugno 2016: dopo altre lunghe settimane di silenzio Gordon spiega di essere stato impegnato su un progetto di realtà virtuale usando Unity 3D, destinato ad accompagnare “Return to Ommadawn“.

di Ettore Capitani