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Return to Ommadawn: recensione DeBaser

Il peggior tempo per la vita è il miglior tempo per l’arte.

Ho sempre tenuto in grande considerazione questo assioma e ne ho riscontrato personalmente la funzionalità: ogni forma d’arte mi ha dato ampi esempi, dalla poesia, alla pittura, per arrivare senz’altro alla musica.
Mike Oldifield, che spero non abbia bisogno di presentazione alcuna, se ne esce da pesanti esperienze familiari con la morte del padre prima e del figlio trentenne poco dopo. E, mentre superare il primo lutto è un triste esercizio generazionale, il secondo dev’essere tra le cose più devastati al mondo. Moralmente distrutto, ad ottobre 2015 annuncia di volersi mettere al lavoro e di voler preparare un sequel per uno dei suoi lavori più acclamati, “Ommadawn” del 1975 che ebbe, per certi versi, più attenzioni di critica persino del gigante “Tubular Bells”.

Come allora si è trovato un posticino tranquillo e alla mano, tipo Nassau nelle Bahamas, si è chiuso in sala di registrazione e ha dato sfogo a tutti i propri sentimenti, scuri, opprimenti, talvolta più liberi e sereni, ma sempre fortemente intimistici. Non si tratta di riproposizione di temi editi, ma di materiale composto ex novo per l’occasione e, proprio per rinverdire i fasti dell’epoca, ha voluto tornare al modello che vede una lunga suite, distribuita in due parti, così da ricreare l’idea delle due facciate del vinile.

Se la costruzione del primo Ommadawn era caratterizzata dal sovrapporsi e dall’alternarsi di decine di strumenti, in un gioco di intarsi mirabile quanto unico, qui la medaglia rappresenta il suo rovescio e tutta la strumentazione diventa parca, asciutta, minimale: quel tanto che basta per rappresentare l’idea. D’altronde ad una casa bastano solai, muri, finestre e pavimenti, non sono più i tempi delle gargolle, dei modiglioni, dei timpani, dei capitelli, degli erker e dei fronzoli estetici con più o meno funzionalità. Nel rappresentare la sua attuale casa interiore, quel poco che serve è quello che ci ha dato, nulla più.

Non sono solo gli elementi ad essersi assottigliati in numero, quello che salta fuori da questo disco è una fortissima semplificazione delle composizioni e delle modalità esecutive. Quasi che l’impressionante capacità dimostrata negli anni, si sia senilmente annullata e gli arpeggi, le modulazioni, le diteggiature, siano quelle di un anziano che lavori a fatica. In certi momenti sembra di sentire un grande impegno, un grande lavoro, quasi quello di un atleta che tenti di strappare un record del mondo con i mezzi a sua disposizione, ma il risultato manca. Tanto rispetto per questo, ma, intendiamoci, Oldifield non ha 100 anni e non è l’unico musicista attivo dai primi anni ‘70.

Il difetto principale di questo disco è il suo indurre in uno stato di torpore da noia. Scatena un ineludibile addormentamento da autodifesa, ti fa chiudere gli occhi con lo stesso irrefrenabile desiderio che hai quando la tramontana ti asciuga troppo l’iride.
E’ un disco fuori tempo massimo, fatto da un maratoneta che arriva al traguardo quando la giuria sta già smontando il bancone della punzonatura, le luci sono ormai spente e i netturbini spazzano via le ultime cartacce dall’asfalto. Eppure era un fior di maratoneta, un genio precoce e totale, fin dai suoi primi incisivi giri di basso con i Whole World di Kevin Ayers.

È che stiamo parlando di Mike Oldfield, uno che ha venduto l’iradiddio di dischi e se ne esce con un arpeggio, a circa dieci minuti della prima parte, che sembra di sentire, per chi se li ricorda, gli Oliver Onions di “Verde” oppure con i crescendo tribali da indiani in giro al Tepee qualche minuto dopo o ancora con frivole quanto inutili gighe celtiche su tenui tappeti arpeggiati e con i vocalizzi che sembrano, sbadatamente verso la fine della seconda parte, voler riprendere quelli storici di “Tubular Bells”. Dei circa quaranta minuti del disco mi convincono sì e no tre, quattro minuti.

Tornando all’assioma iniziale: “Il peggior tempo per la vita, è il miglior tempo per l’arte”? Mi devo ricredere oppure ipotizzare un’eccezione che conferma la regola? “Return to Ommadawn”? No, grazie.

Recensione scritta da TheJargonKing per DeBaser.

Voto: 
Fonte: https://www.debaser.it/mike-oldfield/return-to-ommadawn/recensione

Return to Ommadown: recensione MusicOff

Chissà quale direzione segue l’ago della bussola che ha guidato Mike Oldfield nel suo ritorno a Ommadawn. Il ventinovesimo album del musicista inglese, appena uscito, da un lato ha tutti i tratti di un bel viaggio alla riscoperta delle proprie origini musicali: un sentiero che si snoda lungo due grandi movimenti come nei primissimi dischi, tracciato su richiami all’Ommadawn di quarant’anni fa e temi alla Voyager.
Registrato e prodotto nel suo studio privato a Nassau, Return To Ommadawn è poi anche una riflessione in solitaria, nella quale Oldfield rifiuta di rinunciare al suo tocco personale suonando tutti e 22 gli strumenti, abbandonandosi a sonorità di stampo celtico più che familiari, con qualche visita elettrica a ricordi prog.

Dall’altro lato, i maliziosi potrebbero però notare che il progetto è spuntato in seguito a una ricerca sui social, dalla quale è risultato a sorpresa che l’album più amato dai fan di vecchia data – più del blasonato Tubular Bells – è proprio Ommadawn. Ed ecco che la poesia viene lievemente oscurata dall’ombra della mossa commerciale.

La risposta sta probabilmente nel mezzo: Return To Ommadawn è infatti un album che piacerà ai nostalgici; ripropone le sonorità classiche di Oldfield, timbri e tessiture melodiche già collaudate e di sicuro impatto che hanno dato alla sua musica un marchio di fabbrica inconfondibile. Tanto mestiere quindi, ma anche atmosfere ricche di riverberi, distese e fiabesche, che regalano diversi passaggi molto piacevoli, in un lavoro dedito più a emozionare che a stupire; da ascoltare senza colpe con leggerezza, lasciandosi semplicemente coinvolgere.

di Giacomo Baroni

Return to Ommadawn: recensione Rockol

Mike Oldfield è tornato a Ommadawn. Vi aveva fatto visita oltre quaranta anni fa, nell’ormai lontano 1975, quando non aveva che 22 anni ed era già entrato nella storia per avere, solo un paio di anni prima, dato alle stampe il leggendario “Tubular bells”. “Ommadawn” è il titolo del terzo album di Oldfield, e vi è contenuta “On horseback”, una vera e propria canzone, la prima da lui cantata su disco. Non dobbiamo dimenticare, in questo viaggio a ritroso nel tempo, che era un’epoca in cui il ‘mezzo’ era il vinile. Quindi un long playing a due facce: su una “Ommadawn part one”, sull’altra “Ommadawn part two”, con il bonus “On horseback”.

Si diceva che solo due anni prima il ventenne Oldfield stupì il mercato discografico pubblicando ”Tubular bells”, un album in cui il musicista fece tutto in solitaria e vi suonava un numero enorme di strumenti (chi dice una ventina, chi una trentina). L’album fece la fortuna sua e anche quella di Richard Branson che proprio per poter pubblicare “Tubular bells” – disco rifiutato da tutte le etichette, ma in cui lui credeva ciecamente – fondò la sua Virgin Records. Le suite musicali – perché è di questo che è composto “Tubular bells” – sono con tutta probabilità alla base dei dinieghi delle poco lungimiranti label che non se la sentirono di ‘puntare’ su un prodotto del genere. Proprio perché composto da suite musicali, distinguendosi così dal resto della produzione dell’epoca, l’album riuscì evidentemente a intercettare una esigenza presente e non soddisfatta dell’ascoltatore del tempo. Due anni più tardi “Ommadawn” persegue la via tracciata da “Tubular bells” e replica, seppur non nella misura epocale del suo predecessore, il successo.

Un vecchio adagio consiglia di non tornare nei luoghi in cui si è stati felici. Ma è un adagio che Oldfield non conosce o, se lo conosce, ne ignora il messaggio. Infatti negli anni novanta pubblicò “Tubular bells II” e “Tubular bells III”, tanto per gradire. Quindi si può ben comprendere che la tentazione di fare (un) “Return to Ommadawn” ci potesse stare. La modalità del ritorno, rispetto ai sequel di “Tubular bells”, è ancora più radicale. Infatti non accadeva dai tempi degli album pubblicati negli anni settanta che ci fosse la suddivisione in due parti: “Return to Ommadawn Pt. I” e “Return to Ommadawn Pt.2”. Non è casuale e lo spiega lo stesso Oldfield: “Guardando ai social, i primi tre album 40 anni dopo rimangono i favoriti di tutti, e “Ommadawn” più di “Tubular Bells”. Secondo me perché rappresenta una parte genuina di musica più che di produzione. Non c’era uno scopo; non volevo ottenere nulla né compiacere qualcuno. Era semplicemente fare della musica in modo spontaneo e pieno di vita. Fare “Return To Ommadawn” è come un ritorno al me stesso autentico.” Come ai tempi che furono Mike ha fatto tutto da solo nel suo studio di Nassau, dalla scrittura alla produzione. L’album soddisferà i tifosi del musicista. Tutto è là dove deve stare: la chitarra acustica, il suono del flauto, le atmosfere tra il prog e il folk. Ommadawn è un luogo conosciuto e rassicurante e tanto basta.

Mike Oldfield è un signore inglese nato a Reading sessantatre anni fa, molto amato in Gran Bretagna e molto rispettato fuori dai suoi confini. Nella sua carriera è sempre stato rispettato anche da chi magari non apprezzava fino in fondo le sue composizioni. Amore e rispetto che, puntualmente, ha goduto anche “Return to Ommadawn”. Se, come è vero, nella prima settimana di pubblicazione si è inserito nella classifica di vendita inglese direttamente al quarto posto. Il fascino delle note di Mike, una volta di più, è senza tempo.

di Paolo Panzeri

Fonte: https://www.rockol.it/recensioni-musicali/album/6859/mike-oldfield-return-to-ommadawn

RETURN TO OMMADAWN
MIKE OLDFIELD
Virgin EMI Records (CD + DVD-Video)

VOTO ROCKOL: 3.5 / 5

TRACKLIST
#1
01. Return to Ommadawn Pt. I – (21:11)
02. Return to Ommadawn Pt. II – (20:58)

#2
01. Return to Ommadawn Pt. I (5.1 surround) – (21:10)
02. Return to Ommadawn Pt. II (5.1 surround) – (20:58)
03. Return to Ommadawn Pt. I (stereo) – (21:10)
04. Return to Ommadawn Pt. II (stereo) – (20:58)

Return to Ommadawn: recensione AgesOfRock

A tre anni di distanza dal deludente Man On the Rocks, Mike Oldfield torna in scena con un progetto annunciato quanto, a mio avviso, insidioso. Return to Ommadawn, titolo del nuovo lavoro, spiega ampiamente le intenzioni del poli strumentista e compositore di Reading ed il rischio conclamato è quello di scivolare in una operazione nostalgia tesa forse a riscattare un recente passato musicale non troppo brillante.

Questo album è stato presentato dal musicista come il sequel dello splendido disco pubblicato nel 1975 ricalcandone il formato, una lunghissima suite strumentale divisa in due parti; ne replica le atmosfere, il mood, diverse sonorità, generando in chi scrive un senso di malinconia per il tempo andato frammisto a perplessità.Arpa celtica, mandolino, banjo, ukulele. Ed ancora, Hammond, Farfisa, percussioni africane, glockenspiel, bodhrán (un tamburo irlandese), oltre a numerosi strumenti più tradizionali in ambito rock…Oldfield non si è fatto mancare nulla, nessun ingrediente, per potere riannodare al meglio i fili con il suo lontano e prestigioso passato.

Ora, per valutare serenamente l’ascolto di questo album, individuo due principali chiavi di lettura; la prima, quella che probabilmente fa capo al pubblico più nostalgico e “die hard”, accoglierà questo Return to Ommadawn come un viaggio a ritroso nel tempo, nella giovinezza, in un pastiche musicale tra sonorità medioevali e pastorali rimaste scolpite nella memoria. Oldfield dal canto suo è prodigo in questo caso di autocitazioni, di agganci temporali a quello che resta uno dei suoi dischi più riusciti, indimenticabili e l’effetto remembering (va detto) viene centrato perfettamente. Tra le mille note che avvolgono all’ascolto viene spontaneo lasciarsi andare ai ricordi di un’epoca (ahimè) ormai lontana, in cui la forza propulsiva della musica era qualcosa di inarrestabile e sorprendente.

L’altra interpretazione al contrario prevede un senso di iniziale piacere, ben presto soppiantato dalla netta percezione di trovarsi di fronte ad una pura rivisitazione, un mero aggiornamento, forse incomprensibile ed inutile. Per quanto lo sforzo profuso dal musicista inglese non sia da sottovalutare i 42 minuti messi in campo non propongono un benché minimo spiraglio alternativo al copione originario. E se questo, da un lato, poteva essere preventivabile data la natura stessa del progetto, al tempo stesso lascia una sensazione fastidiosa, un déjà vu funzionale alle vendite ma che, in quanto tale, davvero nulla aggiunge al catalogo dell’artista.

Mai come in questo caso preferisco lasciare ad ognuno il piacere di ascoltare e seguire le proprie sensazioni; per parte mia concludo dicendo che questo non è e non può essere un disco che suscita valutazioni a mezza via: o lo si ama o lo si detesta per i motivi sopra descritti, ferme restando le qualità tecniche e compositive del grande Mike Oldfield. I suoni sono scelti e curati con la solita estrema perizia, le atmosfere catturano all’istante, peccato però che fondamentalmente si tratti di una riproposizione.

di Max

Return to Ommadawn: recensione Ondarock

Timbrato il cartellino del ritorno alle canzoni pop alla “Moonlight Shadow” con “Man On The Rocks” (2014), un Mike Oldfield praticamente scomparso dai radar ma sempre presente nel cuore collettivo si riappropria anche della sua leggendaria forma-suite con “Return To Ommadawn”.
Il primo “Ommadawn” (1975) è stata una delle sue composizioni più pan-etniche: fondata sulla moltiplicazione degli strumenti e in particolare su di un coro angelico, raggiunge qualità di requiem e si lancia infine nel suo tipico massimalismo medievaleggiante.

Unico vero merito del sequel è – in qualche modo – quello di contraddire lo spirito del primo episodio asciugando notevolmente la strumentazione. In ogni caso, bastano pochi minuti della paccottiglia celtica della prima parte, degenerante nella carta da parati, per rendersi conto di quanto Oldfield sia arrugginito e sclerotico nel panneggio e nella modulazione.
La seconda parte avrebbe uno spunto melodico anche discreto, ma è tutto frenato dal vaneggio new age che porta l’ascoltatore all’orticaria anziché all’estasi, e da un’esecuzione persino amatoriale (quasi ridicolo il galoppo attutito con cui l’autore cerca di dare vigore al pezzo) che cerca di minuto in minuto l’arte della variazione sempre più epica.

Più podio per le sue chitarre (dal mandolino all’elettrica, peccato perché il particolare clavioline proprio non si ode) che reale componimento, più colonna sonora per una sua insegna pubblicitaria che risultato artistico. Quarant’anni dopo il fatto, Oldfield smette finalmente di saccheggiare alla carlona “Tubular Bells” (1973) e s’impegna a fare le cose per bene, come a suo tempo, per lo più campionando parte della prima composizione e incollandola qui a mo’ di gran finale-nostalgia. Ci riesce, a malapena per lo zoccolo duro degli aficionados, con un disco vanesio e parecchio lezioso. Per gli altri dura un paio di ascolti. Scarso successo commerciale in Europa, benino in Nuova Zelanda. Anticipato da una “single version” per le radio a fine 2016.
(01/02/2017)

di Michele Saran

Fonte: http://www.ondarock.it/recensioni/2017-mikeoldfield-returntoommadawn.htm

Return to Ommadawn: recensione FareMusic

Un album senza un perché

Mike Oldfield pubblica un nuovo lavoro discografico e vien subito da pensare: “A volte ritornano…”
No, perchè ascoltando questo nuovo album (il 29mo), Return to Ommadawn, mi è tornata in mente una canzone di uno dei miei cantautori preferiti, lo spagnolo Joaquin Sabina, poco o per niente conosciuto dal pubblico italiano.
La canzone s’intitola “Y nos dieron las diez” e parla di un posto di mare in cui l’autore ha tenuto un concerto, al termine del quale cerca ristoro nell’unico bar trovato aperto.
Il bar è gestito da una sensuale donna che, avendolo riconosciuto, gli offre da bere a patto che lui le canti una canzone; lui accetta a patto che lei lasci aperto il balcone che s’affaccia sul suo cuore. Ammaliato dalla sua bellezza lui canta al pianoforte tutto il suo repertorio, mentre i clienti del bar se ne vanno ad uno a uno finché restano soli. Lei gli si avvicina e con le dita gli disegna un cuore sulla schiena mentre lui corrisponde infilandole la mano sotto la gonna. Lei chiude il bar e lui teme di essere sul punto di innamorarsene, la accompagna a casa fermandosi ad ogni lampione per baciarla; lui avverte forte il desiderio di dormire con lei che non vuole dormire da sola. Ma mica dormono, eh…
La mattina seguente si lasciano con la speranza di incontrarsi nuovamente prima o poi.
L’estate finisce, arriva l’autunno seguito dall’inverno e quindi, dopo la primavera, una nuova estate. Casualmente torna ancora nello stesso luogo per un altro concerto, durante il quale scruta tra la folla degli spettatori, sperando di riconoscere il volto della compagna di una notte, senza riuscirci.
Finito il concerto torna al bar di un anno prima, ma al suo posto ci trova la succursale di una banca. Per vendicarsi comincia a tirare sassi contro le vetrate e viene arrestato. Lo portano alla Centrale di Polizia dove si giustifica dicendo di aver agito in stato di ubriachezza, ma gli fanno comunque passare la notte in guardina, nella stessa stanza in cui un anno prima aveva vissuto una notte d’amore…

A questo punto vi chiederete, ma che c’entra tutto questo con Mike Oldfield?
C’entra, c’entra, perché al buon Mike dev’essere successo qualcosa del genere: è tornato ad Ommadawn (facendovici tornare pure i suoi fans), ma a distanza di anni il posto è cambiato radicalmente e non vi è più traccia di quanto esisteva in passato.

Già la copertina ci mostra una paesaggio glaciale e minaccioso, ma è il contenuto musicale a lasciare perplessi…
Se vi aspettate di trovare la geniale freschezza di Tubular Bells, le atmosfere oniriche di Hergest Ridge o quelle celtiche dell’originale Ommadawn, penso che resterete delusi.
La struttura dell’album è costituita da una suite suddivisa in due parti strumentali di circa 21 minuti ciascuna, vale a dire, come due facciate di un disco LP in vinile (lo stesso formato usato in precedenza per Tubular Bells, Hergest Ridge, Ommadawn, Incantations), per la cui realizzazione non si è avvalso di altri musicisti, cimentandosi egli stesso con tutti gli strumenti (chitarre acustiche, classiche ed elettriche, basso acustico ed elettrico, mandolino, banjo, ukulele, arpa celtica, tastiere varie tra cui organi Hammond, Vox e Farfisa, Mellotron, Clavioline e pianoforte oltre a percussioni etniche e campionamenti vocali tratti dall’originale Ommadawn), il tutto registrato nel suo studio casalingo di Nassau alle Bahamas.

Il risultato è piuttosto deludente, più che un concept album sembra un’accozzaglia di riffs tanto puerili e scolastici da risultare irritanti, assolutamente privo di costrutto; le armonie mancano di tensione e rilascio, limitandosi a ripetere gli stessi riffs su posizioni diverse della chitarra o suonandoli prima in tono maggiore e quindi in tono minore.
Le chitarre elettriche distorte ed armonizzate sono assolutamente prive di dinamica.
I suoni usati, tanto quelli di chitarra quanto quelli sintetici, sono a livello di produzioni strumentali d’infimo ordine risultando spesso fastidiosi all’ascolto.

Viene da chiedersi che bisogno c’era di pubblicare un album inutile e controproducente come questo… sicuramente non per soldi (immagino che i diritti del solo Tubular Bells siano sufficienti a garantire un’agiata e confortevole vita a lui ed ai suoi eredi), ma nemmeno per esprimere qualcosa di nuovo ed impellente dal punto di vista artistico.

Un artista che sicuramente ha fatto scuola, ma che, almeno per quanto riguarda quest’album, avrebbe fatto meglio a ripassare la propria storia per spingersi oltre.

di Claudio Ramponi

Fonte: https://faremusic.it/2017/01/26/mike-oldfield-return-to-ommadawn-un-album-senza-un-perche/

Return to Ommadawn: recensione Mescalina

Ascoltare questo disco è come sfogliare un album di ricordi. Per Mike Oldfield, da tempo esule a Nassau, nelle Bahamas gli ultimi anni sono stati davvero terribili. Su quella che apparentemente è una vita da persona fortunata e senza problemi economici si è abbattuta una serie di sciagure senza fine. La morte del figlio di 33 anni e del padre sono state delle mazzate tremende, difficili da accettare ed assorbire facilmente. Per il talentuoso inglese di Reading, uno dei più straordinari polistrumentisti di sempre in ambito rock, quello del ritorno alla sua musica più bella è sembrato quindi il rifugio naturale.

Come solista è universalmente conosciuto da grandi e piccini grazie alla sua opera prima, il best seller Tubular Bells (1973), che inaugurò in maniera trionfale il catalogo della Virgin di Richard Branson, tutt’ora sua label di riferimento. Insieme a quello, gli album più apprezzati rimangono il secondo Hergest Ridge (1974) e Ommadawn (1975), quest’ultimo che musicalmente aveva davvero poco da invidiare al folgorante esordio. A distanza di oltre 40 anni Mike Oldfield ha pensato bene di riallacciare le fila del discorso riproponendo in pratica una seconda versione, una sorta di disco gemello dell’opera dei settanta chiamandolo Return to Ommadawn.

Nel far ciò, da autentico mago degli studi di registrazione, ha voluto ricreare l’atmosfera magica che aleggiava in quel disco ed ha deciso di utilizzare nuovamente molti degli strumenti che si ascoltavano in quell’opera maestosa. Tutti rigorosamente suonati da lui, com’è tradizione di molti suoi dischi.
Se nel disco del 1975 ci aveva messo la faccia ed i suoi lunghi capelli, adesso che va per i 63 anni, ha pensato bene di usare una immagine che riecheggia certe copertine del miglior prog inglese dei ’70, ispirata dalla visione ripetuta della serie televisiva Game of Thrones.

L’album si sviluppa come il suo predecessore in due lunghe suite di oltre 20 minuti, le classiche side A e B dei vecchi vinili. Se pensiamo allo stato d’animo con cui il disco è stato registrato, il risultato finale è davvero sorprendente se non proprio strabiliante, evidenziando come Oldfield abbia recuperato a pieno le sonorità inconfondibili dei suoi dischi di 40 anni prima, quelle gioiose arie celtiche e pastorali.
Le due lunghe composizioni, Return to Ommadawn Pt.1 e 2, suonano davvero come fossero outtakes o alternate tracks delle suite del vecchio album. Anche qui la varietà di strumenti suonati dall’inglese è incredibile. Troviamo il bodhran, il mandolino, il bouzouki, il glockenspiel, la chitarra flamenco, l’arpa celtica, la favolosa Gibson SG oltre alle irrinunciabili campane tubolari che lo hanno reso una star.

Altri arnesi da lavoro erano irreperibili per Mike, vivendo nel suo esilio dorato delle Bahamas, ma fortunatamente e grazie alle moderne tecnologie, ha potuto ricreare in studio il suono del Vox Continental, del Farfisa, così come il Clavioline, una sorta di precursore dei moderni synth, inventato addirittura nel 1947.
Per riproporre un suono più simile possibile all’originale ha estratto sezioni dell’Ommadawn primitivo, comprese le parti vocali recitanti, le ha fatte a pezzetti, aggiunto effetti sonori, le ha plasmate e modificate in maniera geniale fino ad ottenere quello che lui definisce “uno strano suono ultraterreno”.

Il successo di Ommadawn lo aveva come chiuso in un labirinto, costringendolo a ripetersi su quelle vette artistiche che invece nei decenni successivi non ha mai lontanamente avvicinato. Adesso quando sembrava che lo avessimo perso per sempre, musicalmente parlando, arriva questo clamoroso ritorno che lo riporta come per magia alle sue stagioni migliori. Welcome back Mike !

di Ricardo Martillos

Recensione su Ellin Selae

Ellin Selae è una rivista letteraria bimestrale, fondata nel 1991 da Franco del Moro. Viene stampata dall’omonima associazione letteraria, che si trova a Murazzano in provincia di Cuneo, e la quale, oltre a pubblicare la rivista, pubblica libri e organizza presentazioni/spettacoli divulgativi (in cui vengono presentate opere letterarie e racconti) in circoli, biblioteche, librerie.
Il numero n.78 Ottobre 2006 di Ellin Selae contiene la recensione del nuovo libro di Giovanni Manuali.
La rivista costa 6 euro e le informazioni per richiederla tramite posta o ordinarla presso una libreria sono sul sito http://www.ellinselae.org.

Ellin Selae n.78 Ottobre 2006
Ellin Selae n.78 Ottobre 2006

Recensione su Rock Star

Questo mese, il mensile RockStar, che nel 1999 ha ospitato la recensione dell’album “Guitars”, propone una breve recensione sul libro di Giovanni Manuali, “Tubular Bells”, realizzato in collaborazione con il Fanclub italiano e prodotto da Vincenzo La Gaetana. La rivista è già disponibile in edicola.

Rock Star n.314 Ottobre 2006
Rock Star n.314 Ottobre 2006

AGGIORNAMENTO: La rivista RockStar è scomparsa dalle edicole a febbraio del 2010 per fallimento.