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Ommadawn, 42 anni dopo

“Ommadawn” quarantadue anni dopo. Dubbi e curiosità naturalmente non si contano: era necessario? Era opportuno? Cosa ci si può aspettare da una operazione del genere? Che senso ha?
“Scraping the barrel” dicono gli inglesi: raschiare il barile – è questo il pensiero che, volenti o nolenti, più o meno bendisposti – si affaccia, difficile da cancellare. Presentando il lavoro, Oldfield ha parlato della necessità, della voglia di tornare alla semplicità, in qualche modo di tornare all’antico, quindi. Diciamo subito allora che musicalmente l’album è effettivamente piuttosto semplice: due suites di 21 minuti, alla vecchia maniera, costruite intorno a non più di un paio di temi facili facili, quasi banali, che vengono elaborati, ornati e ripresi. La spontaneità di cui Oldfield parla è quella dei primissimi singoli nella vena folk:“Portsmouth”, “Cuckoo Song”, “In Dulci Jubilo”, per intenderci, che sono poi la base da cui partì l’album del 1975. E si capisce allora il senso del ritorno a Ommadawn: quell’album era infatti programmaticamente il tentativo – riuscitissimo – da parte dell’autore di alleggerire la pressione indotta dal clamoroso e inaspettato successo planetario del suo album d’esordio (“Tubular Bells”) e dalle controversie sollevate dal suo successore, “Hergest Ridge”. Con “Ommadawn” Oldfield virò decisamente verso atmosfere pastorali, agresti, sospese e vagamente colorate di mistero; il risultato fu il suo lavoro più personale e probabilmente più ispirato, composto; amatissimo oggi ancor più di allora.

Il titolo stesso – la pronuncia celtica di “a mad one”, all’incirca “un tizio strambo” – era rivelatore, una messa a nudo della sua condizione emotiva. Assurto improvvisamente alla massima popolarità a 20 anni, Oldfield era un ragazzo introverso, timidissimo e schivo: leggendaria la sua paura di salire sul palco, paura che lo portò, la sera della prima di Tubular Bells alla Royal Albert Hall, a scappare dalla Limousine di Richard Branson che lo accompagnava al concerto: fu solo la promessa di Branson di regalargli la vettura, se Mike avesse suonato, a farlo recedere dalla più clamorosa delle “buche”…
Più di quarant’anni dopo, Oldfield si ritrova in uno stato d’animo analogo: segnato dalla improvvisa morte nel 2015 del figlio trentatreenne Douglas, e forse in crisi di idee e proposte, il desiderio di tornare ad un approccio più spontaneo e meno meditato è dichiaratamente frutto della necessità di far musica in modo quasi terapeutico. Il senso del ritorno ad Ommadawn è quindi quello di un ritorno dell’autore al suo posto delle fragole, alla ricerca di una nuova semplicità.
Al tempo, nel 1975, la cosa funzionò: dopo l’uscita dell’album seguirono tre anni di silenzio (una vera eternità per quei tempi!), di introspezione e di crescita che sfociarono nell’opus magnum “Incantations”, con una conquistata consapevolezza e maturità e la soluzione di tanti problemi personali; non ultimo, il rapporto col pubblico, finalmente affrontato con una lunghissima e trionfale tournée mondiale immortalata nel live “Exposed” (ancora una volta un titolo quanto mai rivelatore) e un prosieguo di carriera spedito e stabile.
Da qui dunque prende le mosse “Return To Ommadawn”. Al progetto Oldfield ha lavorato a lungo, e si capisce: oltre un anno. E non è nemmeno una idea nuova: già “Amarok” fu da principio concepito come un “Ommadawn II”, anche se con diverse motivazioni, e in effetti il risultato finale fu parecchio diverso, tanto da abbandonare strada facendo l’intento iniziale.

Se poi la questione è il confronto – ovviamente inevitabile ­–con il lavoro del ’75, allora si deve notare che quarantadue anni sono passati tutti, e non solo per l’autore: è un altro tempo, un’altra cultura e un altro mondo, con tutto quanto ne consegue. Inutile, e sbagliato, far finta di no.
L’impressione iniziale è che si tratti di un’opera fortemente influenzata dal gusto new age e fantasy corrente: sin dalla (infelice e anche fuorviante, parere del tutto personale) copertina,ricorda la colonna sonora di uno sceneggiato in stile Games Of Thrones, o di un sequel de Il Signore degli Anelli; di certo, i quaranta e passa anni trascorsi da questo punto di vista si avvertono.Che poi molte atmosfere così alla moda, cariche di celtismo superficiale, possano esser state in qualche modo influenzate anche dai lavori di Oldfield è anche probabile, tanto “Return To Ommadawn” è comunque un lavoro stilisticamente riconoscibilissimo, assolutamente in linea con la trentina scarsa di album (ventotto, per la precisione) precedenti.
I richiami sono certamente ai primi quattro album, che lo stesso Oldfield riconosce essere quelli che ancora adesso sono i più amati dal suo pubblico, ma curiosamente quest’ultima opera rimanda più ad “Hergest Ridge” e “Incantations”: il primo per l’atmosfera più tesa e nella costruzione del discorso musicale; il secondo per la ricchezza armonica e nella grandiosità degli arrangiamenti, ma può trattarsi di impressioni e di suggestioni iniziali. Di certo, a parte i campionamenti vocali del disco originale e l’uso (comunque più discreto) dei tamburi africani, non c’è poi molto dell’opera di riferimento, ma non è necessariamente una nota negativa. A confronto con l’originale, “Return To Ommadawn” è meno sospeso, meno etereo e sognante, ma anche meno “terreno” e agreste (non sembri paradossale); se la strumentazione utilizzata è programmaticamente la medesima (o quasi, ovvio), arrangiamenti, soluzioni armoniche e addirittura gran parte delle sonorità non hanno molto a che spartire col lavoro del 1975, per cui l’effetto complessivo all’ascolto è tutt’altro, o quasi, almeno per chi si aspettasse una sorta di rilettura, revisione, di approfondimento o espansione dell’originale.

In realtà è tutta l’architettura dell’opera ad essere completamente diversa. Mancano del tutto ad esempio momenti come la sezione centrale della seconda parte, condotta dalle pipes di Paddy Moloney; lo stesso tema iniziale non ha niente dell’atmosfera pastorale della prima sezione di “Ommadawn”. Anche la drammatica sezione finale della parte Ioriginale (Oldfield al tempo dichiarò che il disperato e lancinante solo di chitarra era la cosa più spaventosa che avesse inciso) non ha qui una analoga controparte. Di più: persino il campionamento delle parti vocali di “On Horseback” (appena accennato, va detto), che in qualche modo ha la funzione di collegare i due lavori, non ha nulla a che fare col mood del celebre brano originale.
In generale, tanto “Ommadawn” era trasognato ed erratico, tanto cioè era emozionalmente curioso, a volte persino lieto e gioioso in modo fanciullesco (“On Horseback”), quanto “Return” è malinconico e nostalgico; tanto “Ommadawn” era aperto,inatteso, fresco, e persino sorprendente, quanto “Return” è concentrato e attento e forse per questo prevedibile: il lavoro di un signore sessantacinquenne – non dimentichiamolo – alla ricerca di quello che lo stesso signore da ventiduenne aveva cercato, in qualche modo trovato e certamente smarrito in seguito.
Se poi “Return To Ommadawn” possa stare a fianco dei grandi capolavori degli anni ’70, quanto possa essere significativo e importante, lo dirà il tempo. Di sicuro, è un lavoro che va ascoltato senza pregiudizi, tenendo conto di cosa vuol significare: non è un album che ci farà tornare alla nostra giovinezza, occorre saperlo; è un album che aiuta a ricordare cosa anche noi cercavamo allora.

Scritto da Giuseppe Artusi
http://www.artistsandbands.org/ver2/recensioni/recensioni-album/8652-mike-oldfield-return-to-ommadawn

Return to Ommadown: recensione MusicOff

Chissà quale direzione segue l’ago della bussola che ha guidato Mike Oldfield nel suo ritorno a Ommadawn. Il ventinovesimo album del musicista inglese, appena uscito, da un lato ha tutti i tratti di un bel viaggio alla riscoperta delle proprie origini musicali: un sentiero che si snoda lungo due grandi movimenti come nei primissimi dischi, tracciato su richiami all’Ommadawn di quarant’anni fa e temi alla Voyager.
Registrato e prodotto nel suo studio privato a Nassau, Return To Ommadawn è poi anche una riflessione in solitaria, nella quale Oldfield rifiuta di rinunciare al suo tocco personale suonando tutti e 22 gli strumenti, abbandonandosi a sonorità di stampo celtico più che familiari, con qualche visita elettrica a ricordi prog.

Dall’altro lato, i maliziosi potrebbero però notare che il progetto è spuntato in seguito a una ricerca sui social, dalla quale è risultato a sorpresa che l’album più amato dai fan di vecchia data – più del blasonato Tubular Bells – è proprio Ommadawn. Ed ecco che la poesia viene lievemente oscurata dall’ombra della mossa commerciale.

La risposta sta probabilmente nel mezzo: Return To Ommadawn è infatti un album che piacerà ai nostalgici; ripropone le sonorità classiche di Oldfield, timbri e tessiture melodiche già collaudate e di sicuro impatto che hanno dato alla sua musica un marchio di fabbrica inconfondibile. Tanto mestiere quindi, ma anche atmosfere ricche di riverberi, distese e fiabesche, che regalano diversi passaggi molto piacevoli, in un lavoro dedito più a emozionare che a stupire; da ascoltare senza colpe con leggerezza, lasciandosi semplicemente coinvolgere.

di Giacomo Baroni

RETURN TO OMMADAWN

Mike Oldfield è tornato a Ommadawn. Vi aveva fatto visita oltre quaranta anni fa, nell’ormai lontano 1975, quando non aveva che 22 anni ed era già entrato nella storia per avere, solo un paio di anni prima, dato alle stampe il leggendario “Tubular bells”. “Ommadawn” è il titolo del terzo album di Oldfield, e vi è contenuta “On horseback”, una vera e propria canzone, la prima da lui cantata su disco. Non dobbiamo dimenticare, in questo viaggio a ritroso nel tempo, che era un’epoca in cui il ‘mezzo’ era il vinile. Quindi un long playing a due facce: su una “Ommadawn part one”, sull’altra “Ommadawn part two”, con il bonus “On horseback”.

Si diceva che solo due anni prima il ventenne Oldfield stupì il mercato discografico pubblicando ”Tubular bells”, un album in cui il musicista fece tutto in solitaria e vi suonava un numero enorme di strumenti (chi dice una ventina, chi una trentina). L’album fece la fortuna sua e anche quella di Richard Branson che proprio per poter pubblicare “Tubular bells” – disco rifiutato da tutte le etichette, ma in cui lui credeva ciecamente – fondò la sua Virgin Records. Le suite musicali – perché è di questo che è composto “Tubular bells” – sono con tutta probabilità alla base dei dinieghi delle poco lungimiranti label che non se la sentirono di ‘puntare’ su un prodotto del genere. Proprio perché composto da suite musicali, distinguendosi così dal resto della produzione dell’epoca, l’album riuscì evidentemente a intercettare una esigenza presente e non soddisfatta dell’ascoltatore del tempo. Due anni più tardi “Ommadawn” persegue la via tracciata da “Tubular bells” e replica, seppur non nella misura epocale del suo predecessore, il successo.

Un vecchio adagio consiglia di non tornare nei luoghi in cui si è stati felici. Ma è un adagio che Oldfield non conosce o, se lo conosce, ne ignora il messaggio. Infatti negli anni novanta pubblicò “Tubular bells II” e “Tubular bells III”, tanto per gradire. Quindi si può ben comprendere che la tentazione di fare (un) “Return to Ommadawn” ci potesse stare. La modalità del ritorno, rispetto ai sequel di “Tubular bells”, è ancora più radicale. Infatti non accadeva dai tempi degli album pubblicati negli anni settanta che ci fosse la suddivisione in due parti: “Return to Ommadawn Pt. I” e “Return to Ommadawn Pt.2”. Non è casuale e lo spiega lo stesso Oldfield: “Guardando ai social, i primi tre album 40 anni dopo rimangono i favoriti di tutti, e “Ommadawn” più di “Tubular Bells”. Secondo me perché rappresenta una parte genuina di musica più che di produzione. Non c’era uno scopo; non volevo ottenere nulla né compiacere qualcuno. Era semplicemente fare della musica in modo spontaneo e pieno di vita. Fare “Return To Ommadawn” è come un ritorno al me stesso autentico.” Come ai tempi che furono Mike ha fatto tutto da solo nel suo studio di Nassau, dalla scrittura alla produzione. L’album soddisferà i tifosi del musicista. Tutto è là dove deve stare: la chitarra acustica, il suono del flauto, le atmosfere tra il prog e il folk. Ommadawn è un luogo conosciuto e rassicurante e tanto basta.

Mike Oldfield è un signore inglese nato a Reading sessantatre anni fa, molto amato in Gran Bretagna e molto rispettato fuori dai suoi confini. Nella sua carriera è sempre stato rispettato anche da chi magari non apprezzava fino in fondo le sue composizioni. Amore e rispetto che, puntualmente, ha goduto anche “Return to Ommadawn”. Se, come è vero, nella prima settimana di pubblicazione si è inserito nella classifica di vendita inglese direttamente al quarto posto. Il fascino delle note di Mike, una volta di più, è senza tempo.

TRACKLIST

#1
01. Return to Ommadawn Pt. I – (21:11)
02. Return to Ommadawn Pt. II – (20:58)

#2
01. Return to Ommadawn Pt. I (5.1 surround) – (21:10)
02. Return to Ommadawn Pt. II (5.1 surround) – (20:58)
03. Return to Ommadawn Pt. I (stereo) – (21:10)
04. Return to Ommadawn Pt. II (stereo) – (20:58)

 
Articolo di Paolo Panzeri su Rockol.it del 2/2/20172
http://www.rockol.it/recensioni-musicali/album/6859/mike-oldfield-return-to-ommadawn

Return to Ommadawn: recensione Rockol

Mike Oldfield è tornato a Ommadawn. Vi aveva fatto visita oltre quaranta anni fa, nell’ormai lontano 1975, quando non aveva che 22 anni ed era già entrato nella storia per avere, solo un paio di anni prima, dato alle stampe il leggendario “Tubular bells”. “Ommadawn” è il titolo del terzo album di Oldfield, e vi è contenuta “On horseback”, una vera e propria canzone, la prima da lui cantata su disco. Non dobbiamo dimenticare, in questo viaggio a ritroso nel tempo, che era un’epoca in cui il ‘mezzo’ era il vinile. Quindi un long playing a due facce: su una “Ommadawn part one”, sull’altra “Ommadawn part two”, con il bonus “On horseback”.

Si diceva che solo due anni prima il ventenne Oldfield stupì il mercato discografico pubblicando ”Tubular bells”, un album in cui il musicista fece tutto in solitaria e vi suonava un numero enorme di strumenti (chi dice una ventina, chi una trentina). L’album fece la fortuna sua e anche quella di Richard Branson che proprio per poter pubblicare “Tubular bells” – disco rifiutato da tutte le etichette, ma in cui lui credeva ciecamente – fondò la sua Virgin Records. Le suite musicali – perché è di questo che è composto “Tubular bells” – sono con tutta probabilità alla base dei dinieghi delle poco lungimiranti label che non se la sentirono di ‘puntare’ su un prodotto del genere. Proprio perché composto da suite musicali, distinguendosi così dal resto della produzione dell’epoca, l’album riuscì evidentemente a intercettare una esigenza presente e non soddisfatta dell’ascoltatore del tempo. Due anni più tardi “Ommadawn” persegue la via tracciata da “Tubular bells” e replica, seppur non nella misura epocale del suo predecessore, il successo.

Un vecchio adagio consiglia di non tornare nei luoghi in cui si è stati felici. Ma è un adagio che Oldfield non conosce o, se lo conosce, ne ignora il messaggio. Infatti negli anni novanta pubblicò “Tubular bells II” e “Tubular bells III”, tanto per gradire. Quindi si può ben comprendere che la tentazione di fare (un) “Return to Ommadawn” ci potesse stare. La modalità del ritorno, rispetto ai sequel di “Tubular bells”, è ancora più radicale. Infatti non accadeva dai tempi degli album pubblicati negli anni settanta che ci fosse la suddivisione in due parti: “Return to Ommadawn Pt. I” e “Return to Ommadawn Pt.2”. Non è casuale e lo spiega lo stesso Oldfield: “Guardando ai social, i primi tre album 40 anni dopo rimangono i favoriti di tutti, e “Ommadawn” più di “Tubular Bells”. Secondo me perché rappresenta una parte genuina di musica più che di produzione. Non c’era uno scopo; non volevo ottenere nulla né compiacere qualcuno. Era semplicemente fare della musica in modo spontaneo e pieno di vita. Fare “Return To Ommadawn” è come un ritorno al me stesso autentico.” Come ai tempi che furono Mike ha fatto tutto da solo nel suo studio di Nassau, dalla scrittura alla produzione. L’album soddisferà i tifosi del musicista. Tutto è là dove deve stare: la chitarra acustica, il suono del flauto, le atmosfere tra il prog e il folk. Ommadawn è un luogo conosciuto e rassicurante e tanto basta.

Mike Oldfield è un signore inglese nato a Reading sessantatre anni fa, molto amato in Gran Bretagna e molto rispettato fuori dai suoi confini. Nella sua carriera è sempre stato rispettato anche da chi magari non apprezzava fino in fondo le sue composizioni. Amore e rispetto che, puntualmente, ha goduto anche “Return to Ommadawn”. Se, come è vero, nella prima settimana di pubblicazione si è inserito nella classifica di vendita inglese direttamente al quarto posto. Il fascino delle note di Mike, una volta di più, è senza tempo.

di Paolo Panzeri

Fonte: https://www.rockol.it/recensioni-musicali/album/6859/mike-oldfield-return-to-ommadawn

RETURN TO OMMADAWN
MIKE OLDFIELD
Virgin EMI Records (CD + DVD-Video)

VOTO ROCKOL: 3.5 / 5

TRACKLIST
#1
01. Return to Ommadawn Pt. I – (21:11)
02. Return to Ommadawn Pt. II – (20:58)

#2
01. Return to Ommadawn Pt. I (5.1 surround) – (21:10)
02. Return to Ommadawn Pt. II (5.1 surround) – (20:58)
03. Return to Ommadawn Pt. I (stereo) – (21:10)
04. Return to Ommadawn Pt. II (stereo) – (20:58)

Return to Ommadawn: recensione AgesOfRock

A tre anni di distanza dal deludente Man On the Rocks, Mike Oldfield torna in scena con un progetto annunciato quanto, a mio avviso, insidioso. Return to Ommadawn, titolo del nuovo lavoro, spiega ampiamente le intenzioni del poli strumentista e compositore di Reading ed il rischio conclamato è quello di scivolare in una operazione nostalgia tesa forse a riscattare un recente passato musicale non troppo brillante.

Questo album è stato presentato dal musicista come il sequel dello splendido disco pubblicato nel 1975 ricalcandone il formato, una lunghissima suite strumentale divisa in due parti; ne replica le atmosfere, il mood, diverse sonorità, generando in chi scrive un senso di malinconia per il tempo andato frammisto a perplessità.Arpa celtica, mandolino, banjo, ukulele. Ed ancora, Hammond, Farfisa, percussioni africane, glockenspiel, bodhrán (un tamburo irlandese), oltre a numerosi strumenti più tradizionali in ambito rock…Oldfield non si è fatto mancare nulla, nessun ingrediente, per potere riannodare al meglio i fili con il suo lontano e prestigioso passato.

Ora, per valutare serenamente l’ascolto di questo album, individuo due principali chiavi di lettura; la prima, quella che probabilmente fa capo al pubblico più nostalgico e “die hard”, accoglierà questo Return to Ommadawn come un viaggio a ritroso nel tempo, nella giovinezza, in un pastiche musicale tra sonorità medioevali e pastorali rimaste scolpite nella memoria. Oldfield dal canto suo è prodigo in questo caso di autocitazioni, di agganci temporali a quello che resta uno dei suoi dischi più riusciti, indimenticabili e l’effetto remembering (va detto) viene centrato perfettamente. Tra le mille note che avvolgono all’ascolto viene spontaneo lasciarsi andare ai ricordi di un’epoca (ahimè) ormai lontana, in cui la forza propulsiva della musica era qualcosa di inarrestabile e sorprendente.

L’altra interpretazione al contrario prevede un senso di iniziale piacere, ben presto soppiantato dalla netta percezione di trovarsi di fronte ad una pura rivisitazione, un mero aggiornamento, forse incomprensibile ed inutile. Per quanto lo sforzo profuso dal musicista inglese non sia da sottovalutare i 42 minuti messi in campo non propongono un benché minimo spiraglio alternativo al copione originario. E se questo, da un lato, poteva essere preventivabile data la natura stessa del progetto, al tempo stesso lascia una sensazione fastidiosa, un déjà vu funzionale alle vendite ma che, in quanto tale, davvero nulla aggiunge al catalogo dell’artista.

Mai come in questo caso preferisco lasciare ad ognuno il piacere di ascoltare e seguire le proprie sensazioni; per parte mia concludo dicendo che questo non è e non può essere un disco che suscita valutazioni a mezza via: o lo si ama o lo si detesta per i motivi sopra descritti, ferme restando le qualità tecniche e compositive del grande Mike Oldfield. I suoni sono scelti e curati con la solita estrema perizia, le atmosfere catturano all’istante, peccato però che fondamentalmente si tratti di una riproposizione.

di Max

Return to Ommadawn: recensione Ondarock

Timbrato il cartellino del ritorno alle canzoni pop alla “Moonlight Shadow” con “Man On The Rocks” (2014), un Mike Oldfield praticamente scomparso dai radar ma sempre presente nel cuore collettivo si riappropria anche della sua leggendaria forma-suite con “Return To Ommadawn”.
Il primo “Ommadawn” (1975) è stata una delle sue composizioni più pan-etniche: fondata sulla moltiplicazione degli strumenti e in particolare su di un coro angelico, raggiunge qualità di requiem e si lancia infine nel suo tipico massimalismo medievaleggiante.

Unico vero merito del sequel è – in qualche modo – quello di contraddire lo spirito del primo episodio asciugando notevolmente la strumentazione. In ogni caso, bastano pochi minuti della paccottiglia celtica della prima parte, degenerante nella carta da parati, per rendersi conto di quanto Oldfield sia arrugginito e sclerotico nel panneggio e nella modulazione.
La seconda parte avrebbe uno spunto melodico anche discreto, ma è tutto frenato dal vaneggio new age che porta l’ascoltatore all’orticaria anziché all’estasi, e da un’esecuzione persino amatoriale (quasi ridicolo il galoppo attutito con cui l’autore cerca di dare vigore al pezzo) che cerca di minuto in minuto l’arte della variazione sempre più epica.

Più podio per le sue chitarre (dal mandolino all’elettrica, peccato perché il particolare clavioline proprio non si ode) che reale componimento, più colonna sonora per una sua insegna pubblicitaria che risultato artistico. Quarant’anni dopo il fatto, Oldfield smette finalmente di saccheggiare alla carlona “Tubular Bells” (1973) e s’impegna a fare le cose per bene, come a suo tempo, per lo più campionando parte della prima composizione e incollandola qui a mo’ di gran finale-nostalgia. Ci riesce, a malapena per lo zoccolo duro degli aficionados, con un disco vanesio e parecchio lezioso. Per gli altri dura un paio di ascolti. Scarso successo commerciale in Europa, benino in Nuova Zelanda. Anticipato da una “single version” per le radio a fine 2016.
(01/02/2017)

di Michele Saran

Fonte: http://www.ondarock.it/recensioni/2017-mikeoldfield-returntoommadawn.htm

Return to Ommadawn: recensione FareMusic

Un album senza un perché

Mike Oldfield pubblica un nuovo lavoro discografico e vien subito da pensare: “A volte ritornano…”
No, perchè ascoltando questo nuovo album (il 29mo), Return to Ommadawn, mi è tornata in mente una canzone di uno dei miei cantautori preferiti, lo spagnolo Joaquin Sabina, poco o per niente conosciuto dal pubblico italiano.
La canzone s’intitola “Y nos dieron las diez” e parla di un posto di mare in cui l’autore ha tenuto un concerto, al termine del quale cerca ristoro nell’unico bar trovato aperto.
Il bar è gestito da una sensuale donna che, avendolo riconosciuto, gli offre da bere a patto che lui le canti una canzone; lui accetta a patto che lei lasci aperto il balcone che s’affaccia sul suo cuore. Ammaliato dalla sua bellezza lui canta al pianoforte tutto il suo repertorio, mentre i clienti del bar se ne vanno ad uno a uno finché restano soli. Lei gli si avvicina e con le dita gli disegna un cuore sulla schiena mentre lui corrisponde infilandole la mano sotto la gonna. Lei chiude il bar e lui teme di essere sul punto di innamorarsene, la accompagna a casa fermandosi ad ogni lampione per baciarla; lui avverte forte il desiderio di dormire con lei che non vuole dormire da sola. Ma mica dormono, eh…
La mattina seguente si lasciano con la speranza di incontrarsi nuovamente prima o poi.
L’estate finisce, arriva l’autunno seguito dall’inverno e quindi, dopo la primavera, una nuova estate. Casualmente torna ancora nello stesso luogo per un altro concerto, durante il quale scruta tra la folla degli spettatori, sperando di riconoscere il volto della compagna di una notte, senza riuscirci.
Finito il concerto torna al bar di un anno prima, ma al suo posto ci trova la succursale di una banca. Per vendicarsi comincia a tirare sassi contro le vetrate e viene arrestato. Lo portano alla Centrale di Polizia dove si giustifica dicendo di aver agito in stato di ubriachezza, ma gli fanno comunque passare la notte in guardina, nella stessa stanza in cui un anno prima aveva vissuto una notte d’amore…

A questo punto vi chiederete, ma che c’entra tutto questo con Mike Oldfield?
C’entra, c’entra, perché al buon Mike dev’essere successo qualcosa del genere: è tornato ad Ommadawn (facendovici tornare pure i suoi fans), ma a distanza di anni il posto è cambiato radicalmente e non vi è più traccia di quanto esisteva in passato.

Già la copertina ci mostra una paesaggio glaciale e minaccioso, ma è il contenuto musicale a lasciare perplessi…
Se vi aspettate di trovare la geniale freschezza di Tubular Bells, le atmosfere oniriche di Hergest Ridge o quelle celtiche dell’originale Ommadawn, penso che resterete delusi.
La struttura dell’album è costituita da una suite suddivisa in due parti strumentali di circa 21 minuti ciascuna, vale a dire, come due facciate di un disco LP in vinile (lo stesso formato usato in precedenza per Tubular Bells, Hergest Ridge, Ommadawn, Incantations), per la cui realizzazione non si è avvalso di altri musicisti, cimentandosi egli stesso con tutti gli strumenti (chitarre acustiche, classiche ed elettriche, basso acustico ed elettrico, mandolino, banjo, ukulele, arpa celtica, tastiere varie tra cui organi Hammond, Vox e Farfisa, Mellotron, Clavioline e pianoforte oltre a percussioni etniche e campionamenti vocali tratti dall’originale Ommadawn), il tutto registrato nel suo studio casalingo di Nassau alle Bahamas.

Il risultato è piuttosto deludente, più che un concept album sembra un’accozzaglia di riffs tanto puerili e scolastici da risultare irritanti, assolutamente privo di costrutto; le armonie mancano di tensione e rilascio, limitandosi a ripetere gli stessi riffs su posizioni diverse della chitarra o suonandoli prima in tono maggiore e quindi in tono minore.
Le chitarre elettriche distorte ed armonizzate sono assolutamente prive di dinamica.
I suoni usati, tanto quelli di chitarra quanto quelli sintetici, sono a livello di produzioni strumentali d’infimo ordine risultando spesso fastidiosi all’ascolto.

Viene da chiedersi che bisogno c’era di pubblicare un album inutile e controproducente come questo… sicuramente non per soldi (immagino che i diritti del solo Tubular Bells siano sufficienti a garantire un’agiata e confortevole vita a lui ed ai suoi eredi), ma nemmeno per esprimere qualcosa di nuovo ed impellente dal punto di vista artistico.

Un artista che sicuramente ha fatto scuola, ma che, almeno per quanto riguarda quest’album, avrebbe fatto meglio a ripassare la propria storia per spingersi oltre.

di Claudio Ramponi

Fonte: https://faremusic.it/2017/01/26/mike-oldfield-return-to-ommadawn-un-album-senza-un-perche/

Return to Ommadawn: recensione Mescalina

Ascoltare questo disco è come sfogliare un album di ricordi. Per Mike Oldfield, da tempo esule a Nassau, nelle Bahamas gli ultimi anni sono stati davvero terribili. Su quella che apparentemente è una vita da persona fortunata e senza problemi economici si è abbattuta una serie di sciagure senza fine. La morte del figlio di 33 anni e del padre sono state delle mazzate tremende, difficili da accettare ed assorbire facilmente. Per il talentuoso inglese di Reading, uno dei più straordinari polistrumentisti di sempre in ambito rock, quello del ritorno alla sua musica più bella è sembrato quindi il rifugio naturale.

Come solista è universalmente conosciuto da grandi e piccini grazie alla sua opera prima, il best seller Tubular Bells (1973), che inaugurò in maniera trionfale il catalogo della Virgin di Richard Branson, tutt’ora sua label di riferimento. Insieme a quello, gli album più apprezzati rimangono il secondo Hergest Ridge (1974) e Ommadawn (1975), quest’ultimo che musicalmente aveva davvero poco da invidiare al folgorante esordio. A distanza di oltre 40 anni Mike Oldfield ha pensato bene di riallacciare le fila del discorso riproponendo in pratica una seconda versione, una sorta di disco gemello dell’opera dei settanta chiamandolo Return to Ommadawn.

Nel far ciò, da autentico mago degli studi di registrazione, ha voluto ricreare l’atmosfera magica che aleggiava in quel disco ed ha deciso di utilizzare nuovamente molti degli strumenti che si ascoltavano in quell’opera maestosa. Tutti rigorosamente suonati da lui, com’è tradizione di molti suoi dischi.
Se nel disco del 1975 ci aveva messo la faccia ed i suoi lunghi capelli, adesso che va per i 63 anni, ha pensato bene di usare una immagine che riecheggia certe copertine del miglior prog inglese dei ’70, ispirata dalla visione ripetuta della serie televisiva Game of Thrones.

L’album si sviluppa come il suo predecessore in due lunghe suite di oltre 20 minuti, le classiche side A e B dei vecchi vinili. Se pensiamo allo stato d’animo con cui il disco è stato registrato, il risultato finale è davvero sorprendente se non proprio strabiliante, evidenziando come Oldfield abbia recuperato a pieno le sonorità inconfondibili dei suoi dischi di 40 anni prima, quelle gioiose arie celtiche e pastorali.
Le due lunghe composizioni, Return to Ommadawn Pt.1 e 2, suonano davvero come fossero outtakes o alternate tracks delle suite del vecchio album. Anche qui la varietà di strumenti suonati dall’inglese è incredibile. Troviamo il bodhran, il mandolino, il bouzouki, il glockenspiel, la chitarra flamenco, l’arpa celtica, la favolosa Gibson SG oltre alle irrinunciabili campane tubolari che lo hanno reso una star.

Altri arnesi da lavoro erano irreperibili per Mike, vivendo nel suo esilio dorato delle Bahamas, ma fortunatamente e grazie alle moderne tecnologie, ha potuto ricreare in studio il suono del Vox Continental, del Farfisa, così come il Clavioline, una sorta di precursore dei moderni synth, inventato addirittura nel 1947.
Per riproporre un suono più simile possibile all’originale ha estratto sezioni dell’Ommadawn primitivo, comprese le parti vocali recitanti, le ha fatte a pezzetti, aggiunto effetti sonori, le ha plasmate e modificate in maniera geniale fino ad ottenere quello che lui definisce “uno strano suono ultraterreno”.

Il successo di Ommadawn lo aveva come chiuso in un labirinto, costringendolo a ripetersi su quelle vette artistiche che invece nei decenni successivi non ha mai lontanamente avvicinato. Adesso quando sembrava che lo avessimo perso per sempre, musicalmente parlando, arriva questo clamoroso ritorno che lo riporta come per magia alle sue stagioni migliori. Welcome back Mike !

di Ricardo Martillos

Mike Oldfield: ritorno alle origini

Il 20 gennaio Mike Oldfield pubblicherà con la Virgin EMI il suo nuovo album, “Return to Ommadawn“:
Quando ho iniziato a pensare a come fare il mio nuovo album, sono andato sui social e ho chiesto ai fan il loro parere. Sono stati tantissimi a chiedermi di tornare allo stile acustico dei primi tre album, dei quali “Ommadawn” sembra essere il loro preferito“.

A rafforzare la sua decisione è stato anche un commento del pioniere del synth, Jean-Michel Jarre:
Ho visto che Jean-Michel stava facendo una live chat su Facebook con i suoi fan e sono andato online per seguire ciò che veniva detto. Una persona gli ha chiesto se poteva mai collaborare con me, e la sua risposta è stata interessante, perché ha detto che amava la mia musica, ma che era troppo acustica per lui. Questo mi ha fatto pensare. Se uno come lui crede io sono un musicista acustico, mostra quanto importante è stata quella parte della mia carriera. Quindi, con questa prova schiacciante, ho sentito che sarebbe stato molto stimolante di fare di nuovo un progetto del genere“.

I lavori per il nuovo album è iniziata a dicembre 2015 e sono stati conclusi a novembre 2016. Oldfield tiene a sottolineare che questo è un lavoro da solista puro: “Sono l’unico musicista coinvolto. Suono tutti gli strumenti. Non ci sono altre apparizioni nell’album“.

Beh, questo non è del tutto vero, perché le orecchie degli appassionati noteranno una breve parte corale dei Penrhos Kids alla fine della seconda traccia, intitolata Parte II. Ma questo non è ciò che sembra:
Mi chiedevo se la gente sarebbe rimasta delusa che l’album non dispone di un seguito per On Horseback, che era la canzone finale su Ommadawn. Così, ho preso una sequenza dal coro dei bambini che ha cantato in quel brano e l’ho inserita qui. Questo è un modo di collegare questi due album dopo oltre 40 anni. Non è una nuova registrazione

Oldfield ammette che ha progettato l’album specificamente  per il vinile. Ci sono solo due tracce, dal titolo “Parte I” e “Parte II”, ognuna delle quali dura circa 20 minuti:
Tendo a pensare a loro come un primo lato ed il lato due di un LP. Ciò è stato volutamente fatto perché amo il vinile e il modo in cui porta la gente più vicina alla musica. Per quanto mi riguarda, se si ascolta un brano da download, questo ha lo stesso impatto di quello che si sente in un ascensore! Naturalmente, l’album verrà reso disponibile in tutti i formati usuali. Ma per me è il vinile quello che conta. La copertina è molto elaborata, e sarà apribile. Essa avrà centinaia di foto che ho fatto a tutti gli strumenti che ho usato nelle sessioni di registrazione. L’obiettivo è quello di fornire a tutti ore di divertimento nel tentativo di identificare tutti questi strumenti, e quali ruoli potrebbero aver avuto nella realizzazione del disco“.

Tuttavia, Oldfield non ha in programma di effettuare Ommadawn e Return to Ommadawn dal vivo:
“Sarebbe troppo difficile da organizzare. Dovrei trovare musicisti che possano suonare le parti nel modo in cui io credo si adattino meglio, e questo sarebbe quasi impossibile da realizzare. Sì, ci sono persone di grande talento in giro che potrebbero rifare quello che ho fatto, ma non avrebbero lo stesso legame emotivo. L’unico modo perché questo avvenga sarebbe avere 15 o più cloni di me sul palco!”

Nuove riedizioni

Dopo la recente uscita di Guitars e The Millennium Bell su vinile, lo stesso Gordon ha annunciato l’uscita di Collaborations e della riedizione in vinile di Exposed. Entrambi i dischi, pubblicati in vinile da 180 g, saranno disponibili dal prossimo 2 dicembre. Per quanto riguarda Collaborations è stato confermato trattarsi del quarto disco contenuto in Boxed, per la prima volta edito in forma indipendente e con una copertina tutta sua. Le due prossime uscite in effetti vanno a colmare i rispettivi vuoti nella sequenza delle riedizioni iniziata con Tubular Bells e giunta per il momento a The Killing Fields.
E proprio Tubular Bells dal 25 novembre sarà disponibile nell’inconsueto formato di doppio LP, contenente la versione 1973 e quella 2009. In questo caso l’annuncio della riedizione è giunto dalla Universal.
Infine (e qui l’attesa si sta facendo spasmodica) resta per ora la data, bisognosa di conferme, del 20 gennaio 2017 per il tanto sospirato nuovo album Return to Ommadawn, di cui speriamo al più presto di avere informazioni fresche.
https://www.amazon.co.uk/Collaborations-VINYL…/…/B01K3W5EWI…
https://www.amazon.it/Exposed/dp/B01LEZ3DJO…
http://thesoundofvinyl.com/…/Tubular-Bells-Delu…/5CXR0000000