Tutti gli articoli di Giuliano Plenevici

Mike Oldfield: da “Tubular bells” a “Return to Ommadawn”, storia di una grande carriera

Mike Oldfield nella giornata di oggi compie 65 anni. Ne aveva 20 appena compiuti quando pubblicò il suo album d’esordio, “Tubular bells”. Un disco che ebbe grande successo e che da solo basterebbe per regalare un meritato posticino nella storia della musica rock al polistrumentista compositore di Reading. In quell’album, il primo pubblicato dall’etichetta discografica Virgin, Oldfield suona oltre venti strumenti. Sarà il primo di una lunga serie. I dischi solisti pubblicati da quel lontano 1973, ad oggi, sono 26. La fama e il rispetto conquistati in tutti questi anni sono lo specchio di una lunga carriera nella quale non sono mai mancate sperimentazioni di vario genere sempre all’insegna di creatività e onestà. Tanti auguri, Mike.

Articolo su Rockol.it 
http://www.rockol.it/news-689509/mike-oldfield-tubular-bells-canzoni-successi-carriera

Il mago meraviglioso

Michael Gordon Oldfield, nato il 15 maggio 1953, musicista polistrumentista e compositore inglese, s’impose con una forza gigantesca sulla scena musicale grazie al suo capolavoro sinfonico Tubular Bells del 1973, un’opera in cui suonò più di 20 strumenti. Ma ci arriveremo più tardi.       

Cominciamo dall’inizio, quando all’età di 14 anni, dopo aver imparato a suonare la chitarra, collaborò con sua sorella Sally per formare una coppia folk, Sallyangie, e pubblicare il loro primo album Children of the Sun, appena un anno dopo. Fu davvero un inizio impressionante per il ragazzo di Reading, Inghilterra.     

Non solo sua sorella aveva un dono musicale, ma anche suo fratello Terry, che suonava il flauto e la tabla. Quando Sallyangie si sciolse, i fratelli formarono un gruppo chiamato Barefoot, riportando Mike sul sentiero del rock, ma durò solo 6 mesi. L’avventura successiva, a 16 anni, lo portò in diverse direzioni musicali. Iniziò a suonare il basso con Kevin Ayers (ex-Soft Machine) in The Whole World, insieme a David Bedford, appassionato di musica classica, e al sassofonista d’avanguardia Lol Coxhill: in breve tempo fu il loro chitarrista principale e pubblicarono l’album Shooting at the Moon nel 1971.    

    

Prese del tempo per sé nel 1973 per incidere il suo capolavoro Tubular Bells, una collezione di pezzi forgiati in studio, con il sostegno di un giovane imprenditore di nome Richard Branson, che gli concesse tutto il tempo necessario di cui avesse bisogno per realizzare il suo lavoro. Una volta terminato, Oldfield mandò la demo a diverse case discografiche senza successo, così Branson e il suo partner Simon Draper gli fecero firmare un contratto con la loro nuova etichetta Virgin RecordsTubular Bells fu il loro primo lancio e andò diretto ai vertici delle classifiche e delle vendite, con più di 2.630.000 di copie vendute nel Regno Unito, conquistando il primo posto nelle hit del Regno Unito per mesi, e vendendo finalmente più di 16 milioni di dischi in tutto il mondo, specialmente dopo essere stato usato come colonna sonora per il film The Exorcist, vincitore dell’Oscar nello stesso anno. L’album è un’avventura strumentale di 49 minuti che passa attraverso un’intricata composizione di temi rock/folk fusi insieme usando strutture semplicistiche. Un critico lo descrisse come “una delle migliori poesie strumentali di sempre”. Si usarono trenta strumenti per la sua registrazione (tra cui la cornamusa, il mandolino e diversi suoni di chitarra trattati con sintetizzatore) e Oldfield ne suonò la maggior parte. La Fender Telecaster Blond del ’66 che usò in tutto l’album era di proprietà di Marc Bolan (T-Rex). Mike descrisse così il suo stile: “Per cominciare, uso tutte e cinque le unghie della mia mano destra, non un plettro, quindi ottengo un suono molto puro. Ecco perché la gente non sembra vedermi come un chitarrista. Nei miei video, sembra che non stia facendo gran cosa… Uso molto le note di grazia celtica. Uso il vibrato del violino; se ci penso, credo che solo Robert Fripp faccia la stessa cosa“. Usò diverse tastiere e sintetizzatori, tra i quali il Sequential Circuits Prophet 5s, la Roland JV 1080 e JV 2080, oltre a un Korg M-1, e di pianoforti, uno Steinway e un Clavia Nord Lead. Tubular Bells non portò solo la Virgin alla ribalta come etichetta, ma ebbe anche il merito di aver aperto la strada al “new age”. La ciliegina sulla torta fu vincere il Grammy per la migliore composizione musicale nel 1974.     

    

Il disco che venne dopo fu Hergest Ridge, che spodestò Tubular Bells dal primo posto delle classifiche U.K. prima di essere battuto dallo stesso album. Per quell’album continuò ad usare la Telecaster e ammise che le cose non cambiarono fino all’album successivo, “Quello che non avevo in quei giorni – non fino al 1975 con ‘Ommadawn’- era il suono incendiario di una Gibson. Ricordo che a metà degli anni ’70 avevo dei soldi da spendere, quindi andai in Denmark Street, pagai qualche centinaio di sterline e uscii da un negozio come orgoglioso proprietario di una Gibson SG del ’69”. Ommadawn fu un’ulteriore esplorazione del suono, utilizzando un approccio atmosferico bizzarro e musica dal mondo. Con l’avvento della musica punk, Oldfield si sentì un po’ fuori posto, così si prese qualche anno di riposo per mettere a posto la sua prospettiva. Fece un corso auto-assertivo chiamato Exegesis, che fece esattamente questo; e il nostro amico, una volta un tipo riservato, iniziò a dare passi più audaci rispetto alla sua accessibilità al mercato, così intraprese la strada di un tour europeo per promuovere il nuovo disco Incantations (alcuni dei quali sono presenti sull’album dal vivo Exposed).     

    

Nel 1982 pubblicò QE2, diretto ai dance club. Finirono le lunghe orchestrazioni per dare spazio a qualcosa tipo “revival pop”, come si può notare dalla cover di Arrival degli ABBA. Per la maggior parte degli anni ’80 rimase su questo genere con Crises (’83), Discovery (’84) e Islands (’87) che si adattano bene al genere pop.     

Il viaggio di Oldfield continuò attraverso composizioni e alcune collaborazioni con cantanti di primo piano dove mise grandi assoli. Il più memorabile di questi fu nella colonna sonora Moonlight Shadow, accompagnato da Maggie Reilly. Negli Stati Uniti, entrò di nuovo in classifica con Hall & Oates in una cover di Family Man per il loro disco H2O (1982). Poi rivolse nuovamente la sua attenzione verso film e video, arrangiando la colonna sonora di The Killing Fields di Roland Joffe e producendo il video per il suo album Islands del ’87. Arrangiò la colonna sonora per il film The Space Movie della NASA e contribuì a creare la colonna sonora di The X Files.     

    

In questo periodo le relazioni con la Virgin iniziarono a essere tese, Branson insistette per registrare Tubular Bells 2, ma a Oldfield questo titolo non piacque e ne pensò un altro, Amarok, un viaggio di un’ora con pezzi diversi, pieni di cambi, esplosioni musicali e persino un insulto codificato a Branson, in codice Morse, che dice “Fuck Off RB“. L’album fu un flop commerciale. L’ultimo disco che fece con la Virgin fu Heaven’s Open, dove canta per la prima volta.     

Poi vennero gli anni della Warner, in cui continuò a esplorare cose nuove. Il primo lavoro che ne uscì fu Tubular Bells II, sequel dell’opera originale, che iniziava con un concerto al Castello di Edimburgo, poi arrivò The Songs Of Distant Earth, basato sul libro di Arthur C. Clarke dallo stesso titolo, che offriva una sensazione “new age” più fluida. Un fatto divertente dell’album sulla fantascienza è che l’Unione Astronomica Internazionale, chi cioè assegna i nomi a pianeti, orbite etc., diede ufficialmente il nome di Oldfield a un asteroide, 5656 Oldfield. Il nostro chitarrista è anche un pilota con licenza di volo per aerei ed elicotteri, (c’è qualcosa che non possa fare quest’uomo?).     

Nel 1995 si interessò al sound celtico e lanciò Voyageur, senza dubbio per aver incontrato nel 1992 Luar na Lubre, una band folklorica celtica della Galizia, fece infatti una loro cover intitolata O Son Do Ar – il suono dell’aria. Tubular Bells III uscì nel 1998, ispirato dalla scena dance della sua residenza a Ibiza, in Spagna. L’anno successivo pubblicò 2 album, Guitars e The Millenium Bell, entrambi con l’aggiunta di sound dell’ultimo millennio. Come accennato in precedenza fu un mago con i numerosi strumenti che suonò nel corso della sua illustre carriera ad esempio, oltre alle sue Fender e Gibson, chitarre come la PRS Artist Custom del 1989, con cui utilizzò un Roland GP 8 per ottenere quel suono tipico di overdrive, e una varietà di altri strumenti come il banjo, il bouzouki e l’ukulele, i fiati, il flauto, fischietti e la lista potrebbe continuare con archi e una vasta varietà di percussioni.    

    

Il 2002 segnò un altro cambiamento per quanto riguarda i media con il suo progettoMusic VR, un videogioco di realtà virtuale, il Tr3s Lunas, che consente ai giocatori di interagire con il mondo della nuova musica. È un set di 2CD, uno per il giocatore e l’altro con la musica. Il gioco di realtà virtuale che venne dopo si chiamò Maestro, con temi tratti dall’album Tubular Bells 2003. Si può giocare gratuitamente su Tubular.net. Genio puro.     

Il compromesso con la beneficenza del signor Oldfield si manifestò con la composizione di una canzone, Song of Survival per il gruppo Survival International. Alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi del 2012 eseguì le Far Above the Clouds e In Dulci Jubilo da Tubular Bells.     

    

Light & Shade
 uscì nel 2006, un doppio CD che esplora concetti “leggeri” con sound rilassanti e “oscuri”, con un approccio più cupo e nitido. Ma forse il suo miglior successo per la critica arrivò con Man On the Rocks, dove suona principalmente la chitarra, accompagnato dai talenti di Leland Sklar al basso, del tastierista Matt Rollings, di John Robinson alla batteria, Michael Thompson alla chitarra e dal cantante degli Struts, Luke Spiller. È un disco pop/rock che affonda le radici nel rock/folk celtico con qualche pennellata che ricorda TotoQueen e la Steve Miller Band, trattando argomenti come la perdita, la lotta, la libertà e la redenzione; un disco avvincente da aggiungere alla montagna di lavoro realizzato in precedenza.     

Per approfondire i contributi storici di quest’uomo al mondo della musica, consigliamo di guardare la trasmissione della BBC del 2013, Tubular Bells: The Mike Oldfield Story, un clip di un’ora di pura ammirazione per la sua carriera e vita musicale. Era ed è davvero un gigante, tra i migliori compositori e musicisti della storia.     

Articolo su Guitarsexchange di Tom MacIntosh del 12 maggio 2018
http://guitarsexchange.com/it/unplugged/498/mike-oldfield/

Massimo Giuntini, il virtuoso di cornamusa irlandese presenta “The White Wolf”

Tgcom24 incontra lʼartista per parlare del nuovo album, che arriva a tre anni di distanza dal precedente.

Si intitola “The White Wolf” il nuovo lavoro discografico del virtuoso di cornamusa irlandese Massimo Giuntini, un album che arriva a tre anni di distanza dal precedente. Il disco racchiude nove brani strumentali, arrangiati per la prima volta dal polistrumentista, con l’aiuto di suoni orchestrali. Una carriera quella del musicista e compositore casentinese, che pur partendo da radici popolari legate alla musica irlandese, ha conosciuto negli anni una continua evoluzione.

E’ lo stesso Massimo, gradito ospite questa settimana a “Popular”, a parlarci dell’origine del progetto.
“I brani del disco”, ci spiega Massimo: “nascono dalla mia collaborazione con Luigi Giusti autore di documentari sulla caccia “di selezione” e sono creati come colonne sonore di questi filmati. Sono tutte mie composizioni alle quali ho dato una “forma canzone” le ho ristrutturate musicalmente, adattandole alla realtà dell’album. Ci sono stati punti di riferimento come il Mike Oldfield di “Incantations” che mi hanno molto ispirato”.

Cosa rappresenta, secondo te, tenere viva la tradizione della musica irlandese e celtica in Italia?
 Non mi sono posto il problema di essere il “portavoce” di una tradizione, sono e rimango italiano e toscano, sono un estimatore della musica irlandese e non mi considero un “testimone” di una certa cultura musicale. Posso ritenermi orgoglioso quando diffondo questa musica attraverso le uscite discografiche ed i concerti ed ho un riscontro da parte del pubblico. Per me suonare è come respirare, quindi fondamentale per vivere.

La tua musica, pur tenendo conto della tradizione, è riuscita ad ampliare i suoi “confini” 
 Vorrei che tutti quelli che non conoscono la musica irlandese o celtica, trovassero qualcosa di interessante nella mia musica. Lo scopo è di allargare la diffusione di certi strumenti, come la cornamusa irlandese o i bagpipes, che molti hanno ascoltato in colonne sonore di film come “Braveheart” e “Titanic”, ma mai dal vivo in un concerto.

Ci saranno concerti per presentare al pubblico “The White Wolf”?
Essendo l’album pensato nell’ottica orchestrale non sarà facile proporlo in concerto, ma con i miei musicisti stiamo lavorando per adattare i brani alla realtà del live. Una sfida non semplice ma avvincente, che siamo pronti a raccogliere, nel tentativo di dare ancora emozioni al pubblico. “The White Wolf”, nuovo lavoro di Massimo Giuntini è reperibile e scaricabile in tutte le maggiori piattaforme online.

Articolo su TgCom24 del 11/05/2018
http://www.tgcom24.mediaset.it/rubriche/massimo-giuntini-il-virtuoso-di-cornamusa-irlandese-presenta-the-white-wolf-_3139394-201802a.shtml

Mike Oldfield: Technology finally caught up with me

Mike Oldfield talks about his career, ups and downs, hurricanes, personal demons, how he made the music industry aware of Napster, how the London Olympics vindicated him and his last album “Return to Ommadawn.” And what has Jean-Michel Jarre got to do with Oldfield’s teeth? Turns out, quite a bit!

In my work as a freelance journalist and photographer, I’m lucky enough to meet with and/or interview a lot of famous (and some slightly famous) musicians, scientists, models and artists. I especially like to talk with people who have made a very important impact in my life.

One of those people is Mike Oldfield. In the 80s he was every now and then releasing hit singles, which kept him on my radar, but it was 1990s Amarok, which consisted on one (1!) track lasting one hour and four seconds that got me hooked.

Mike Oldfield in the Bahamas

He started out with his sister Sally Oldfield in a folk band called Sallyangie when he was only 15. He then went on tour and record with musicians like Kevin Ayers.

In 1973, at the age of 19 he composed and released the album “Tubular Bells.” It was the very first release on a newly started company, Virgin Records, and was the start of Richard Branson’s fledgling Virgin empire, now including Virgin Airlines and a world spanning business.

The album went on to sell 15 million copies and has since spawned two sequels and a re-recording, as well as having been sampled and copied by hundreds of artists.

In the decades that followed he became a touring artist, then stopped touring, dabbled with computer generated music videos, did computer games and released over 20 albums. In 2017 he released a sequel to his third album, “Ommadawn,” called “Return to Ommadawn.” The original practically invented World Music, by combining African musicians with Irish and Celtic music, as well as pop and rock. In short: Just as unique as the artist himself.

Just a few days before “Return to Ommadawn” was released in January 2017, I got a lengthy chat with Mike Oldfield. Me in a studio in Molde, Norway, with rain pounding against the windows. Him in his studio in the Bahamas, with the sun shining through his windows. The original article was published in Norwegian by Dagbladet. But here you have a very expanded version, in English. Enjoy. And please let me know in the comments section what you think.

Return to Ommadawn cover– First of all, I got a preview copy of the “Return to Ommadawn” album a few days ago, and I’ve listened to it constantly. It’s a very beautiful album, I have to congratulate you.

– Aww! Thank you. That’s lovely to hear.

It’s very acoustic based, compared to the music you did in the 90s and 2000s, isn’t it?

Yes, and that was on purpose. Because the original “Ommadawn” was very acoustic. I did use some keyboards on it. Among them a very early string machine, which was an Arp Solina. But the sound was dominated by acoustic instruments like guitar and harp, African drums, electric guitar and so on. I tried to choose the same instruments for “Return to Ommadawn”.

– Did you play everything yourself this time?

– Yes, everything.

– Even the flutes?

– Yes, but I can’t play the recorder very well, and there is a recorder on the original. However, I can play the penny whistle pretty well, so it was a good substitute.

– Technology finally caught up with me

– Was it a spontaneous album to make, or did you use bits and pieces you have collected through the years?

– It was very spontaneous. The first job was to assemble all the instruments I was going to use. And I used a metronome to get the rhythm going. Then I started off with the bodhran, an Irish drum, and started to see where that lead. And day by day, I added more and more. First a guitar part. Then another. So, I continued to add layers for 11 months until it was finished.

Ommadawn cover– This was a sequel to “Ommadawn,” which was created in 1974 and 1975. What is the main difference between creating music then and creating music now?

– Not much, really. I had to wait for technology to catch up with me, and it did about five years ago. The computer programs that came then made it easier to have a true home studio, and finally the sound you recorded digitally started sounding just as good as the old reel-to-reel tape that we used back then.

Skinny guys shouting

In the late 70s the old rock heroes from earlier that decade started to become looked upon as dinosaurs and boring old farts. The punk music movement had arrived, and Oldfield felt it in full force.

– In the late 70s my music went out fashion. That’s when the people I call “the skinny guys shouting music” became popular. And my music was looked upon as old fashioned and so on. In order to survive, because I had financial troubles as well, I started touring.

After touring with a full orchestra, and lost a ton of money, Oldfield realised that he had to streamline his touring band.

– I whittled the band down to seven musicians. I also changed my music into becoming more mainstream.

Through the 80s Oldfield therefore made a series of more song based albums. He had several hit singles, like Moonlight Shadow, which was huge all over Europe in the summer of 1983.

Vindicated at London Olympics

Oldfield kept going through the 90s and 2000s with albums that covered everything from Irish music to classical music, pop and even techno. He also did two sequels to Tubular Bells. But all the time he was feeling frowned upon by a snobbish music press. Then the summer Olympics came to London in 2012. And Mike Oldfield was asked by film director Danny Boyle, who was in charge of the opening ceremony, to play during the tribute to the National Health Service.

– That made me feel validated, because I got to play to so many people. In addition, some very complimentary things were written about both me and my music. And that made me think it was time to get back to my roots from the 70s and make album length instrumentals again, that were hand played.

– I was going to ask you about the Olympics. I remember when I saw the opening ceremony, I saw you on stage, and I was so happy for you. Because I know all the shit…

*sound of Mike snorting on the other end*

… – the British press has flung in your direction through the years. That must have been a glorious feeling of vindication?

– Ha ha. Exactly! Yes, it was a wonderful feeling. Nothing can best that. It was the number one gig on planet Earth for any musician. And it was a lot of people trying to get in on it. I was doing some sessions over Skype with musicians in Los Angeles. And there were people coming into the studio all the time going “can I get it on it, can I get it on it, it is the Olympics, oh my god” and so on. Ha ha. It was like winning a prize in the lotto. It was fantastic.

Oldfield describes what a wonderful evening the whole thing was.

– Everybody, all the performers and musicians, even the audience, they gave it their very best. Everybody was pulling in the same direction to make it great. I think when British people get down to it, they can do fantastic things. Unfortunately, the British mentality is more about being rude, bored and nasty. But when it really comes down to something important, they can still do it really well. It’s nice to see that, because I am still English at heart.

He is not staying in Britain, though. For quite a few years, the tropical island paradise has been his home for semiretirement, and he is reluctant to leave the islands. Even for short trips.

– Yeah, funny enough, Bahamas used to be British. But they still have a lot of the old traditions of Great Britain. It reminds me when I was growing up in a town called Reading, 20 miles away from London. Children go to school in their uniforms, people get dressed and go to church on Sundays, there are police on the streets and such things. Just like Britain in the 50s. It’s very lovely.

Hurricanes

– The weather must be better than Britain, though?

– Ahh! Yes. Apart from the occasional hurricane, the weather is fantastic. Actually, just when I was putting the finishing touches to Return to Ommadawn, we got a direct hit from the hurricane Mathew. That was a very, very powerful storm, and it did a lot of damage. We were without main power for over three weeks. They had to re-wire the powerlines for the entire island.

Oldfield did have an emergency generator, and he says he became an expert in generator maintenance.

– The album was actually delivered to the record company via a little satellite dish on my roof. Via this satellite we have a very slow backup internet connection, so it took me about 24 hours to send the entire album via that connection. There was no cable, no DSL or anything.

– I got this image in my head now with you on the studio floor, with emergency powers, recording, surrounded by candles or something similar.

– Ha ha. Yeah, it was kinda like that.

Tubular Bells app

Tubular Bells coverAs mentioned earlier in the article, Oldfield has done a lot of musical styles. Pop, classical, Irish, World Music, ambient, reggae, ambient, techno, rock and the end is listless. I ask him if there’s a genre of music he hasn’t done yet.

– Ha ha. No, there isn’t much I haven’t tried, is there? Can you think of anything? Maybe I could try Bollywood, or something like that. Ha ha. I don’t know. I’ve even done the very ancient music from Bali on my album “Islands.” And I’ve done classical, folk, rock…

– Very often when you listen to an album by an artist, you think “oh, this sounds like the previous album by this artist.” Putting on an Oldfield album, you know you are going to get something vastly different from your previous album. Is this a conscious decision on your part?

– I do think through before making an album about what I want to do, what kind of instruments I’m going to use and so on. I’m working at the moment on a new music player. It’s going to be an advanced music player, an app. I see it as an extension of the old phonograph player, with the huge speaker, like the one the dog is listening to. It’s about time we had a new player.

This new player is going to be based on Tubular Bells 4, Oldfield tells me. So, yet another variation of that classical album, which celebrates it’s 45th(!) anniversary in 2018, is on its way. However, this player will offer even more.

– You will be presented the music via multitrack, so you will be able to create your own mix, if you want to. And it’s going to have a virtual reality section, where you can go into these three-dimensional worlds. Here you will be able to explore beautiful environments while listening to music. The music will change, depending on where you go and what you do.

– Is this going to be a mobile app, then?

– Initially it’s going to be made for desktop PCs. Maybe we will do a stripped down version for mobile. I’m also interested in seeing what happens with those Virtual Reality headsets. If they catch on, we might support them as well. Nearly everybody has a desktop computer, these days, haven’t they?

When I describe Tubular Bells 4 as a multimedia package, Oldfield disagrees with me.

– That sounds like something you buy in the supermarket. No, this will be something new and a different experience. I did some games in the late 90s and early 2000s that were released with a couple of my albums. They were great fun to make, but they cost me a lot of money, and they didn’t sell very well, he he. But they still work, and you can get your hands on them online. Which is nice. Some people still play them. But of course, the quality in graphics have improved considerably since then. Even a simple laptop can today do wonderful things you could only dream about in those days. You’d need those big Silicon Graphics machines for that back then.

Jean-Michel Jarre and the dentist

Jean-Michel Jarre playing the laser harpOldfield says CD sales have fallen so much that you have to find other ways to get your music out. However, he is very happy about the rise in vinyl sales.

– That’s wonderful! It’s a lovely thing having those vinyl discs.

“Return to Ommadawn” is divided into a Part 1 and a Part 2, just like in the old days. Did you think vinyl when you composed it?

– Absolutely. I still think of two sides of a vinyl disc when I make music. It was a wonderful ritual doing two sides of music. And then going to see the engineer cutting the master of the vinyl disc. We lost that in the world of going from the studio and then straight to digital download. Things are looking a up a little bit for the music industry these days, I must say.

– I interviewed Jean-Michel Jarre a few months back. And like you, he also thought of two sides of a vinyl disc doing his latest album. And he also did a sequel, Oxygene 3.

– Yes!

– He also said that nobody does sequels in music, except for “me and Mike Oldfield.”

– Ha ha! I’ll tell you a story about him. I got a link from someone to a live chat he was doing online on social media. So, I followed the link, because I wanted to look in. This was about his collaborations albums that he did [Electronica 1 and 2 – Hogne]. And someone asked whether he would consider working with me. He replied that he loved my music, but he thought of me as more of an acoustic musician. And I went: “Hmm. If he thinks of me as an acoustic musician, maybe I should make an acoustic album?” That’s one of the reasons I made “Return to Ommadawn.” So, thank you, Mr. Jarre!

– That’s a great story. And he told me as well he liked your music. Do you like his music?

– Oh yes! A funny story about that: My very first introduction to the very first “Oxygene.” I was about to go on tour for the very first time, and my tour manager said that I really needed to go and visit the dentist before the tour. Because some of my teeth were out of alignment.

So, Oldfield went off to see an expert dentist in Harley Street.

– And he said he could put a cap on it. So, I went to the laboratory where they were making the caps. And they were playing this music, which sounded weird, but really nice. And I was enthralled by it. They told me that this was by this French guy, and that the music was called “Oxygene.” So, there they were, making my new teeth, and listening to Jean-Michel Jarre. This slightly out of this world music. True story.

– That’s funny!

– And I still got the same caps on my teeth, to this day, ha ha! 40 years later.

Mike Oldfield and Jean-Michel Jarre’s music have always been compared as being similar, even though there is nothing similar about what they do, other than it being instrumental. Vangelis is also often thrown into that comparison. I ask Oldfield why he thinks that is.

– You’re right. The only common denominator is that it is instrumental, or most of it. None of us have really used anyone as frontmen. And the musician has been more a producer or technician, rather than a performer. And since we all do most of the playing composing and producing ourselves, they maybe see some similarities between us in that way. And of course, not many other artists have been so consistently successful with instrumental music, as those three.

Return to the 70s

Hergest Ridge coverReturn to Ommadawn is a sequel to Mike Oldfield’s third album. However, listening to it you also hear a lot of traces from his second album, “Hergest Ridge”. I ask him if he agrees with that.

– Yes, that was on purpose, really. I am very active on social media, and I can see what fans write about my music. And I was very surprised with how popular both “Hergest Ridge” and “Ommadawn” were. It seemed to me a lot of people actually preferred “Hergest Ridge” and “Ommadawn” to the original Tubular Bells, which surprised me a lot.

So, Oldfield went to work with the mindset that he was back in the mid 70s, composing. The challenge was to find the right way to start.

– Tubular Bells start with the tinkling piano, for example. I thought I could start Return to Ommadawn with a folk melody. But I decided to set the scene by making the opening very atmospheric and use the same kind of beginning as I did with Hergest Ridge.

– Paul Stanley of Kiss says in interviews that you have a lifetime to prepare your first album, and for the second you have six months. Was that how you felt when you started working on the follow up “Hergest Ridge” after having an unbelievably popular first album?

– Tubular Bells took my whole life to write and get recorded. Just the part of getting into a recording studio took years. Two or three years before this, I was taking my demos around to all the record companies. And they threw me out, like I was crazy. Because my music was instrumental, it had no vocals and no drums and so on. It didn’t help that I was a young guy with long hair and a beard, not looking in any way like a star, you know.

Is being miserable a prerequisite for being a composer?

In what Oldfield describes as pure luck, he bumped into some guys, including the now world famous billionaire, Richard Branson, who were putting together a new company called Virgin.

– They had a recording studio in this old mansion, called The Manor. And I got my foot in there by being the rhythm and bass guitarist for various obscure artists. And these people believed in me and gave me a chance to prove myself. I couldn’t believe my luck. But it took me so long to get there that after “Tubular Bells,” I didn’t really have another album in me.

This was difficult for the people around Oldfield to understand.

– I was always followed around by these people, especially Richard Branson, going “where is the new album”, he he. “We’ve made millions from the first one, make another one! Quick” Ha ha. So, I was sort of pressured into making it. This made me have a difficult relationship with “Hergest Ridge” for some time, but in hindsight, upon listening to it again, I think parts of it are really beautiful.

In 2013 BBC made a wonderful documentary about the making of Tubular Bells. The album was produced by Tom Newman, who also has produced several of other Mike Oldfield’s albums through the years. Some fans even say that Newman is always there when Oldfield makes his best music. In the documentary, Newmans says that Oldfield always makes his best music when he is miserable. I asked Oldfield if he would echo that sentiment.

– Hmmm. *long pause* It goes back to the time when I was a teenager. I was very unsure of myself. Which of course is quite normal for a teenager. But I felt it very deeply. I was having what I’ve later learned was an “existential crisis,” it’s what the psychologists call it. It used to really frighten me. So, music was a world on its own to me, where I had control and understanding. And every instrument was like a character that its own voice. That made music so real to me. I also saw how much power and influence music can have on people.

In the past four years Oldfield not only lost his oldest son, he also got divorced. I therefore ask him if those demons were lurking in the background when creating “Return to Ommadawn” as well.

– I wouldn’t call them demons. But I’ve been through four very difficult years. There was huge tragedy in the family and I had legal problems, personal problems and financial problems. Record sales are nothing like they used to be, you know. So, I guess I kind of retreated into this world of music again.

Oldfield underlines that he’s not unique in that regards.

– A lot of artists do their best work when they are under pressure from other things. Because you can retreat into this safe world, where you know exactly what’s going on. In the past few years I’ve seen the darkest side of life, and the darkest side of human nature. And none of that exist in my musical world, you see?

Mike Oldfield and sea

The heritage of Napster

– You mentioned low record sales. Going back to Jean-Michel Jarre again, who is currently the president of CISAC (organisation that works for the rights of artists), he said that if artists aren’t properly paid for their work from digital and streaming services, we will not get a young generation of new artists who are able to make a living out of musical career. What is your take on that?

– He is absolutely right! It all began with Napster in the early 2000s. I had a colleague who alerted me to Napster. So, I informed my lawyer about it, and he informed my record company. The following week it was on the frontpage of Music Week. It became easy for anybody to listen to anything for free. As far as I understand it, streaming services pay a blanket fee to the record company to be able to play all of their music, but very little of that money comes back to the artists on the lower levels. If an artist gets million of plays, I guess there will be some sort of kickback. But if you get a few thousands, you get nothing. So, it’s absolutely right, it will be impossible to make a living out of recording music. Touring will be the only way to make money, unless the artists and record companies are able to sort things out.

As mentioned above, Mike Oldfield has himself made several computer games. And he says that the music industry could learn a thing or two from the gaming industry.

– If you have a computer game, it’s very difficult to copy it or have people putting it online for free. I think maybe the music industry should look at their business model and offer the music in protected, but user friendly, online services. So that when someone buys your product, you get your reasonable share and people can start making money again.

– Modern music is like porridge

Which brings him over to the state of music these days.

– I think music today has become so formulised that… it’s still good music, don’t get me wrong. But it’s become so formulised that it’s like a porridge. Everybody sort of follows the same ingredients on how to make a song. And everything sounds inhumanly perfect at times. That’s why on “Return to Ommadawn,” I kept the mistakes I made during the recording of it. If I played a little bit wrong here and there, I didn’t tidy it up. Most of it was first take, just like “Tubular Bells” was. Back then we had so little time, so we just had to keep going. Back then those mistakes used to bother me.

But now, he says, he realises things actually are imperfect.

– It’s like us humans. It’s human to have flaws and imperfections. But in this day and age, we photoshop the human body in photographs. You know, they make people’s waistline thinner and smoothen the face and so on. The same has happened with music. It’s all perfect. But nobody’s perfect. In my opinion music has lost all of it’s character and individuality.

Tubular Shadow

In a lot of the world Mike Oldfield is mostly famous for Tubular Bells. In America that’s the only thing he is famous for. But in a lot of countries in Europe, he is most famous for pop songs like “Moonlight Shadow” or “To France.” In my homeland of Norway, “Crises” from 1983 is his most famous album. It was on the charts for almost a year.

– That must be kind of cool, to have different markets and not being a one trick pony?

– Ha. That’s a good point. I suppose it is kind of cool. All countries have their individuality and different cultures will like different things. In Germany, for instance, they never really liked Tubular Bells. But some of the later albums became very, very popular. It’s a bit strange, yes. But a good situation, I think.

Oldfield and Norway

In 1985, Mike Oldfield released the single “Pictures in the Dark.” The lead vocalist was Norwegian singer Anita Hegerland (herself a huge star in Germany) and Oldfield and Hegerland became a couple for the next six years. They had two children.

– We have to talk a bit about Norway, because you have a special relationship with Norway. You have kids and grandkids here, haven’t you?

– That’s right, yes. I’ve been there many times.

– Do you like it here?

– Yeah, it’s lovely.

– It’s a bit cold, though.

– Yes, but you expect that.

These days he doesn’t leave the Bahamas, and instead his children come to see him.

Touring

During his career Oldfield has worked with several guest vocalists and musicians. Some already had successful careers beforehand, while others gained a career because of working with him. But there is one in particular who I’m anxious to talk about.

– You also worked with one of my other big musical heroes, Yes vocalist Jon Anderson. Tell me a little bit about how that cooperation started.

– I can’t remember how that came about, really. The only time I met Vangelis was actually at Jon Andersons’ house. This was just as I was doing the soundtrack for the movie “The Killing Fields.” And Vangelis had won the Oscar for “Chariots of Fire.” So, I asked him about working with David Putnam and some technical stuff when it comes to scoring movies.

The cooperation between Anderson and Oldfield heralded two songs. The wonderful “In High Places” from the Crises album in 1983 and the single “Shine” from 1986.

– I think it was Jon that contacted me. He has a very unique voice, he he. And we did a couple of tracks together. We even went to the cup finals at Wembley stadium together.

It would take almost six years from the breakthrough of Tubular Bells in 1973 before Oldfield went on his first tour, the Exposed tour. After that he went into a cycle of one album a year, followed by a tour, up until 1985. Since then he has toured once, and that was in 1999.

– Now that you have started making music again, are there any plans for a new tour?

– No!

– Wow. Straight and short answer, there!

– It would be difficult to find people who play the way I do. “Return to Ommadawn” alone has several different styles of music on it. I mean, of course you could find people who can play it, but they would play their own version of it, and then it wouldn’t really be my music anymore.

And once again, we come back to the Olympics.

– The Olympic games was such a high, that I will let that be the end of my career as a live musician. Playing for a billion people… It will be impossible to top that!

May 10th, 2018 | Posted by elfworld

Mike Oldfield: – Technology finally caught up with me

Mike Oldfield’s son Luke Oldfield on his dad, Gypsyfingers and making music ahead of Birmingham gig

But Luke Oldfield, whose father is of course none other than Mike Oldfield, has very much taken his own path when it comes to creating music; making unique songs and fascinating videos to match with his band Gypsyfingers in which he plays with wife Victoria Coghlan.
He does however give his dad credit for inspiring him to get into music, alongside his older brother Dougal who sadly died in 2015, aged just 33.
“The first gig of my dad’s I went to see was at the Royal Albert Hall in 1993, performing Tubular Bells. I was stunned by the whole thing – I thought it was amazing,” said Luke, who lives in West London with Victoria.
“I must have only been about seven.
“I can remember being struck by the caveman who came on stage in Tubular Bells Two. I thought ‘what is that guy? There’s a real caveman on stage!’.
“Later on, I found out it was the percussionist in my dad’s band and I met him when they played the Olympics Opening Ceremony in 2012. His name’s Alasdair Malloy. When I met him and told him about it, he said ‘you know that was me?’. I had finally met the caveman.

Luke, far right, with his dad, third from left, at the sound check for the London Olympics in 2012

“Dad hasn’t toured since 1999, but when he did he was so impressive.
“I’m immensely proud of him. It’s very cool.
“My parents split up when I was really young.
“To me, he’s not a rock star – he’s just my dad.
“It is interesting for me to see fans’ perception of him though.
“Even if he says he was absent while we were growing up, I’d still go round his house and do what dads and sons do.
“My brother started playing guitar when he was 16.
“I remember it being a New Year’s resolution one year that I would take up guitar lessons at school.
“I tried to learn piano when I was seven, but I didn’t really take to it.
“So my dad, my brother and I all went shopping on Denmark Street in London and I was bought a classic guitar, which I still have today.

Gypsyfingers. Pic: Alexandra Cameron

“What’s lovely is that if you’re good at it, you enjoy playing. And because you enjoy it, you play more and keep getting better. It’s a nice circle.
“I used to try and play music I’d hear on the radio, such as Red Hot Chili Peppers.
“At the age of 12, you’re not really an active music consumer – though it’s little different these days. I’d really just listen to whatever my brother had on. Under The Bridge is one in particular, as well as some others.
“If I went to my dad’s house, I’d listen to him working on his music – which is obviously very eclectic.
“The earliest album of my dad’s I can remember listening to is The Songs of Distant Earth. It’s an amazing album which was sci-fi inspired.
“His music is so varied, he must have inspired me over the years.
“Thanks to my family, I don’t see music as having any rules.”
Luke’s mother also influenced him as, during her time working as an artist liaison for Virgin Records, she would bring little Luke CDs home of stars who spurred him on to pursue a career in the industry.
She also no doubt had some incredible tales to tell, given she organised events including the iconic Sex Pistols party on the River Thames in 1977.
“My first CD was by Seal – Kiss From A Rose. I’d been given a Discman for Christmas and I just couldn’t stop listening to it,” added Luke, who has just turned 32.

Luke Oldfield alongside Gypsyfingers while supporting James Blunt. Pic: Sally Low

“My mum was an artist liaison. She met my dad at Virgin when she was a press officer.
“To me, she always seemed to have the coolest job.
“When my parents separated, she became an artist liaison for Virgin, sorting things out for musicians, whether it was booking or hotels or getting them to and from shows.”
Luke records music for Gypsyfingers at Tilehouse Studios in Denham, which was originally built in 1981 for his father at their then family home.
He also works at Toe Rag Studios in London, where The White Stripes recorded Grammy-award winning album Elephant.
“I went to music college in Bristol,” said Luke.
“My father built a studio in the house he and my mum lived in – the house we grew up in. In fact, I’m there now.
“When I finished college, I thought I’d really love to run a recording studio – and we had this one. I just had to figure out how it was wired, as everything had been cut.
“I got in touch with the architect, who sent through the original drawings.
“After that, I spent all my time building it up to what it is now. It’s a fantastic building and it deserves to be used.
“Parallel to working at my studio, I also work at a studio called Toe Rag Studios in Hackney.

Gypsyfingers

“The studio is entirely analogue, like they would have recorded back in the 60s. When using analogue, you have to rely on the musicians a lot more.
“I met Wolf Alice when they went to record there. They just came in to do a single.
“The Undertones’ recording was the second session I was ever given to run as an engineer. It was pretty nerve-wracking; everyone’s heard of The Undertones.
“But they were very nice and it worked really well.
“The Wytches; I produced their first album which they recorded at Toe Rag.”
Gypsyfingers, which crosses a whole range of genres from dance, to folk, rock and more, began as Victoria’s solo project back in 2010, until she met Luke the following year after which they recorded their first album as a duo.
The pair, who then teamed up with bandmates Simon Hedges on bass and Patrick Kenneally on drums and keys, went on to support James Blunt in Warsaw, Poland, in 2014.

They last played Birmingham in support of Tubular Bells For Two – a pair of men who play the entire concept album between the two of them on stage – back in October 2017.
Gypsyfingers returns to the Midlands when they play The Cuban Embassy in Birmingham this Friday.

Articolo su Express & Star del 3 maggio 2018 e scritto da Kirsten Rawlins
https://www.expressandstar.com/entertainment/music/2018/05/03/mike-oldfields-son-luke-oldfield-on-his-dad-gypsyfingers-and-making-music-ahead-of-birmingham-gig/

Gli incantesimi di Mike Oldfield

Un incantesimo lungo quarant’anni. Nel 1978 usciva “Incantations”, quarto album dell’eclettico musicista inglese Mike Oldfield. Un lavoro definito monumentale, per certi tratti addirittura più solenne di “Karn Evil”, la suite di Emerson, Lake and Palmer che occupa gran parte del capolavoro “Brain salad surgery” di cui questa rubrica si è da poco occupata, ma anche di “Tales from topographic oceans”, album degli Yes accusato (ingiustamente secondo il parere dell’autore di questo pezzetto) di una magniloquenza eccessiva.
Comunque, “Incantations” è un discone che tiene vivo il rock progressive che, specialmente nel Regno Unito, in quegli anni aveva ormai issato la bandiera bianca. Il suo problema, semmai, è essere arrivato dopo le opere più amate dell’autore: “Tubular bells”, disco d’esordio di Oldfield del ’73, “Hergest ridge” (1974) e “Ommadawn”, altro capolavoro del ’75, di cui recentemente è uscito un seguito piuttosto criticato, ma che resta l’ennesimo esperimento interessante di Oldfield. “Incantations”, incantesimi, è un disco magico, fin dal nome, che richiama temi carissimi al pubblico del prog. E’ diviso in quattro parti in cui Oldfield alterna musica e testi (tra cui il poema epico “The song of Hiawatha” di Henry Wadsworth Longfellow dedicato al leggendario capo Mohawk nel 1855 e “Cynthia’s revels”, lavoro teatrale scritto da Ben Jonson nel 1599).
Le atmosfere della parte 1 e della 2 sono bucoliche, grazie anche ai flauti e alle voci del Queens College Girls Choir che ripetono ossessivamente “Diana, Luna, Lucina, Lumen”, riuscito omaggio alla mitologia romana. La seconda parte è invece dominata dalla figura del capo nativo americano. Oldfield sostituisce qui e là qualche parola ma i due estratti che usa (“Hiawatha’s departure” e “The son of the evening star”) potrebbero spingere addirittura un ascoltatore curioso ad approfondire l’opera di Longfellow.
La terza parte è gioiosa e trionfante, specialmente i primi minuti sono irresistibili, mentre l’ultima è caratterizzata dall’omaggio a Jonson e, a detta di alcuni, è quella di minore impatto. “Incantations” è dunque solenne, imponente e monumentale. E conserva ancora un fascino irripetibile. Di lì a poco, infatti, Oldfield dirigerà la vela verso altre rive, pur continuando a produrre buona musica. Rive più commerciali.

Articolo di Michele Ceparano su Gazzetta di Parma del 28 aprile 2018
https://www.gazzettadiparma.it/news/musica-news/510044/gli-incantesimi-di-mike-oldfield.html

Ommadawn, 42 anni dopo

“Ommadawn” quarantadue anni dopo. Dubbi e curiosità naturalmente non si contano: era necessario? Era opportuno? Cosa ci si può aspettare da una operazione del genere? Che senso ha?
“Scraping the barrel” dicono gli inglesi: raschiare il barile – è questo il pensiero che, volenti o nolenti, più o meno bendisposti – si affaccia, difficile da cancellare. Presentando il lavoro, Oldfield ha parlato della necessità, della voglia di tornare alla semplicità, in qualche modo di tornare all’antico, quindi. Diciamo subito allora che musicalmente l’album è effettivamente piuttosto semplice: due suites di 21 minuti, alla vecchia maniera, costruite intorno a non più di un paio di temi facili facili, quasi banali, che vengono elaborati, ornati e ripresi. La spontaneità di cui Oldfield parla è quella dei primissimi singoli nella vena folk:“Portsmouth”, “Cuckoo Song”, “In Dulci Jubilo”, per intenderci, che sono poi la base da cui partì l’album del 1975. E si capisce allora il senso del ritorno a Ommadawn: quell’album era infatti programmaticamente il tentativo – riuscitissimo – da parte dell’autore di alleggerire la pressione indotta dal clamoroso e inaspettato successo planetario del suo album d’esordio (“Tubular Bells”) e dalle controversie sollevate dal suo successore, “Hergest Ridge”. Con “Ommadawn” Oldfield virò decisamente verso atmosfere pastorali, agresti, sospese e vagamente colorate di mistero; il risultato fu il suo lavoro più personale e probabilmente più ispirato, composto; amatissimo oggi ancor più di allora.

Il titolo stesso – la pronuncia celtica di “a mad one”, all’incirca “un tizio strambo” – era rivelatore, una messa a nudo della sua condizione emotiva. Assurto improvvisamente alla massima popolarità a 20 anni, Oldfield era un ragazzo introverso, timidissimo e schivo: leggendaria la sua paura di salire sul palco, paura che lo portò, la sera della prima di Tubular Bells alla Royal Albert Hall, a scappare dalla Limousine di Richard Branson che lo accompagnava al concerto: fu solo la promessa di Branson di regalargli la vettura, se Mike avesse suonato, a farlo recedere dalla più clamorosa delle “buche”…
Più di quarant’anni dopo, Oldfield si ritrova in uno stato d’animo analogo: segnato dalla improvvisa morte nel 2015 del figlio trentatreenne Douglas, e forse in crisi di idee e proposte, il desiderio di tornare ad un approccio più spontaneo e meno meditato è dichiaratamente frutto della necessità di far musica in modo quasi terapeutico. Il senso del ritorno ad Ommadawn è quindi quello di un ritorno dell’autore al suo posto delle fragole, alla ricerca di una nuova semplicità.
Al tempo, nel 1975, la cosa funzionò: dopo l’uscita dell’album seguirono tre anni di silenzio (una vera eternità per quei tempi!), di introspezione e di crescita che sfociarono nell’opus magnum “Incantations”, con una conquistata consapevolezza e maturità e la soluzione di tanti problemi personali; non ultimo, il rapporto col pubblico, finalmente affrontato con una lunghissima e trionfale tournée mondiale immortalata nel live “Exposed” (ancora una volta un titolo quanto mai rivelatore) e un prosieguo di carriera spedito e stabile.
Da qui dunque prende le mosse “Return To Ommadawn”. Al progetto Oldfield ha lavorato a lungo, e si capisce: oltre un anno. E non è nemmeno una idea nuova: già “Amarok” fu da principio concepito come un “Ommadawn II”, anche se con diverse motivazioni, e in effetti il risultato finale fu parecchio diverso, tanto da abbandonare strada facendo l’intento iniziale.

Se poi la questione è il confronto – ovviamente inevitabile ­–con il lavoro del ’75, allora si deve notare che quarantadue anni sono passati tutti, e non solo per l’autore: è un altro tempo, un’altra cultura e un altro mondo, con tutto quanto ne consegue. Inutile, e sbagliato, far finta di no.
L’impressione iniziale è che si tratti di un’opera fortemente influenzata dal gusto new age e fantasy corrente: sin dalla (infelice e anche fuorviante, parere del tutto personale) copertina,ricorda la colonna sonora di uno sceneggiato in stile Games Of Thrones, o di un sequel de Il Signore degli Anelli; di certo, i quaranta e passa anni trascorsi da questo punto di vista si avvertono.Che poi molte atmosfere così alla moda, cariche di celtismo superficiale, possano esser state in qualche modo influenzate anche dai lavori di Oldfield è anche probabile, tanto “Return To Ommadawn” è comunque un lavoro stilisticamente riconoscibilissimo, assolutamente in linea con la trentina scarsa di album (ventotto, per la precisione) precedenti.
I richiami sono certamente ai primi quattro album, che lo stesso Oldfield riconosce essere quelli che ancora adesso sono i più amati dal suo pubblico, ma curiosamente quest’ultima opera rimanda più ad “Hergest Ridge” e “Incantations”: il primo per l’atmosfera più tesa e nella costruzione del discorso musicale; il secondo per la ricchezza armonica e nella grandiosità degli arrangiamenti, ma può trattarsi di impressioni e di suggestioni iniziali. Di certo, a parte i campionamenti vocali del disco originale e l’uso (comunque più discreto) dei tamburi africani, non c’è poi molto dell’opera di riferimento, ma non è necessariamente una nota negativa. A confronto con l’originale, “Return To Ommadawn” è meno sospeso, meno etereo e sognante, ma anche meno “terreno” e agreste (non sembri paradossale); se la strumentazione utilizzata è programmaticamente la medesima (o quasi, ovvio), arrangiamenti, soluzioni armoniche e addirittura gran parte delle sonorità non hanno molto a che spartire col lavoro del 1975, per cui l’effetto complessivo all’ascolto è tutt’altro, o quasi, almeno per chi si aspettasse una sorta di rilettura, revisione, di approfondimento o espansione dell’originale.

In realtà è tutta l’architettura dell’opera ad essere completamente diversa. Mancano del tutto ad esempio momenti come la sezione centrale della seconda parte, condotta dalle pipes di Paddy Moloney; lo stesso tema iniziale non ha niente dell’atmosfera pastorale della prima sezione di “Ommadawn”. Anche la drammatica sezione finale della parte Ioriginale (Oldfield al tempo dichiarò che il disperato e lancinante solo di chitarra era la cosa più spaventosa che avesse inciso) non ha qui una analoga controparte. Di più: persino il campionamento delle parti vocali di “On Horseback” (appena accennato, va detto), che in qualche modo ha la funzione di collegare i due lavori, non ha nulla a che fare col mood del celebre brano originale.
In generale, tanto “Ommadawn” era trasognato ed erratico, tanto cioè era emozionalmente curioso, a volte persino lieto e gioioso in modo fanciullesco (“On Horseback”), quanto “Return” è malinconico e nostalgico; tanto “Ommadawn” era aperto,inatteso, fresco, e persino sorprendente, quanto “Return” è concentrato e attento e forse per questo prevedibile: il lavoro di un signore sessantacinquenne – non dimentichiamolo – alla ricerca di quello che lo stesso signore da ventiduenne aveva cercato, in qualche modo trovato e certamente smarrito in seguito.
Se poi “Return To Ommadawn” possa stare a fianco dei grandi capolavori degli anni ’70, quanto possa essere significativo e importante, lo dirà il tempo. Di sicuro, è un lavoro che va ascoltato senza pregiudizi, tenendo conto di cosa vuol significare: non è un album che ci farà tornare alla nostra giovinezza, occorre saperlo; è un album che aiuta a ricordare cosa anche noi cercavamo allora.

Scritto da Giuseppe Artusi
http://www.artistsandbands.org/ver2/recensioni/recensioni-album/8652-mike-oldfield-return-to-ommadawn

RETURN TO OMMADAWN

Mike Oldfield è tornato a Ommadawn. Vi aveva fatto visita oltre quaranta anni fa, nell’ormai lontano 1975, quando non aveva che 22 anni ed era già entrato nella storia per avere, solo un paio di anni prima, dato alle stampe il leggendario “Tubular bells”. “Ommadawn” è il titolo del terzo album di Oldfield, e vi è contenuta “On horseback”, una vera e propria canzone, la prima da lui cantata su disco. Non dobbiamo dimenticare, in questo viaggio a ritroso nel tempo, che era un’epoca in cui il ‘mezzo’ era il vinile. Quindi un long playing a due facce: su una “Ommadawn part one”, sull’altra “Ommadawn part two”, con il bonus “On horseback”.

Si diceva che solo due anni prima il ventenne Oldfield stupì il mercato discografico pubblicando ”Tubular bells”, un album in cui il musicista fece tutto in solitaria e vi suonava un numero enorme di strumenti (chi dice una ventina, chi una trentina). L’album fece la fortuna sua e anche quella di Richard Branson che proprio per poter pubblicare “Tubular bells” – disco rifiutato da tutte le etichette, ma in cui lui credeva ciecamente – fondò la sua Virgin Records. Le suite musicali – perché è di questo che è composto “Tubular bells” – sono con tutta probabilità alla base dei dinieghi delle poco lungimiranti label che non se la sentirono di ‘puntare’ su un prodotto del genere. Proprio perché composto da suite musicali, distinguendosi così dal resto della produzione dell’epoca, l’album riuscì evidentemente a intercettare una esigenza presente e non soddisfatta dell’ascoltatore del tempo. Due anni più tardi “Ommadawn” persegue la via tracciata da “Tubular bells” e replica, seppur non nella misura epocale del suo predecessore, il successo.

Un vecchio adagio consiglia di non tornare nei luoghi in cui si è stati felici. Ma è un adagio che Oldfield non conosce o, se lo conosce, ne ignora il messaggio. Infatti negli anni novanta pubblicò “Tubular bells II” e “Tubular bells III”, tanto per gradire. Quindi si può ben comprendere che la tentazione di fare (un) “Return to Ommadawn” ci potesse stare. La modalità del ritorno, rispetto ai sequel di “Tubular bells”, è ancora più radicale. Infatti non accadeva dai tempi degli album pubblicati negli anni settanta che ci fosse la suddivisione in due parti: “Return to Ommadawn Pt. I” e “Return to Ommadawn Pt.2”. Non è casuale e lo spiega lo stesso Oldfield: “Guardando ai social, i primi tre album 40 anni dopo rimangono i favoriti di tutti, e “Ommadawn” più di “Tubular Bells”. Secondo me perché rappresenta una parte genuina di musica più che di produzione. Non c’era uno scopo; non volevo ottenere nulla né compiacere qualcuno. Era semplicemente fare della musica in modo spontaneo e pieno di vita. Fare “Return To Ommadawn” è come un ritorno al me stesso autentico.” Come ai tempi che furono Mike ha fatto tutto da solo nel suo studio di Nassau, dalla scrittura alla produzione. L’album soddisferà i tifosi del musicista. Tutto è là dove deve stare: la chitarra acustica, il suono del flauto, le atmosfere tra il prog e il folk. Ommadawn è un luogo conosciuto e rassicurante e tanto basta.

Mike Oldfield è un signore inglese nato a Reading sessantatre anni fa, molto amato in Gran Bretagna e molto rispettato fuori dai suoi confini. Nella sua carriera è sempre stato rispettato anche da chi magari non apprezzava fino in fondo le sue composizioni. Amore e rispetto che, puntualmente, ha goduto anche “Return to Ommadawn”. Se, come è vero, nella prima settimana di pubblicazione si è inserito nella classifica di vendita inglese direttamente al quarto posto. Il fascino delle note di Mike, una volta di più, è senza tempo.

TRACKLIST

#1
01. Return to Ommadawn Pt. I – (21:11)
02. Return to Ommadawn Pt. II – (20:58)

#2
01. Return to Ommadawn Pt. I (5.1 surround) – (21:10)
02. Return to Ommadawn Pt. II (5.1 surround) – (20:58)
03. Return to Ommadawn Pt. I (stereo) – (21:10)
04. Return to Ommadawn Pt. II (stereo) – (20:58)

 
Articolo di Paolo Panzeri su Rockol.it del 2/2/20172
http://www.rockol.it/recensioni-musicali/album/6859/mike-oldfield-return-to-ommadawn

Mike Oldfield: ritorno alle origini

Il 20 gennaio Mike Oldfield pubblicherà con la Virgin EMI il suo nuovo album, “Return to Ommadawn“:
Quando ho iniziato a pensare a come fare il mio nuovo album, sono andato sui social e ho chiesto ai fan il loro parere. Sono stati tantissimi a chiedermi di tornare allo stile acustico dei primi tre album, dei quali “Ommadawn” sembra essere il loro preferito“.

A rafforzare la sua decisione è stato anche un commento del pioniere del synth, Jean-Michel Jarre:
Ho visto che Jean-Michel stava facendo una live chat su Facebook con i suoi fan e sono andato online per seguire ciò che veniva detto. Una persona gli ha chiesto se poteva mai collaborare con me, e la sua risposta è stata interessante, perché ha detto che amava la mia musica, ma che era troppo acustica per lui. Questo mi ha fatto pensare. Se uno come lui crede io sono un musicista acustico, mostra quanto importante è stata quella parte della mia carriera. Quindi, con questa prova schiacciante, ho sentito che sarebbe stato molto stimolante di fare di nuovo un progetto del genere“.

I lavori per il nuovo album è iniziata a dicembre 2015 e sono stati conclusi a novembre 2016. Oldfield tiene a sottolineare che questo è un lavoro da solista puro: “Sono l’unico musicista coinvolto. Suono tutti gli strumenti. Non ci sono altre apparizioni nell’album“.

Beh, questo non è del tutto vero, perché le orecchie degli appassionati noteranno una breve parte corale dei Penrhos Kids alla fine della seconda traccia, intitolata Parte II. Ma questo non è ciò che sembra:
Mi chiedevo se la gente sarebbe rimasta delusa che l’album non dispone di un seguito per On Horseback, che era la canzone finale su Ommadawn. Così, ho preso una sequenza dal coro dei bambini che ha cantato in quel brano e l’ho inserita qui. Questo è un modo di collegare questi due album dopo oltre 40 anni. Non è una nuova registrazione

Oldfield ammette che ha progettato l’album specificamente  per il vinile. Ci sono solo due tracce, dal titolo “Parte I” e “Parte II”, ognuna delle quali dura circa 20 minuti:
Tendo a pensare a loro come un primo lato ed il lato due di un LP. Ciò è stato volutamente fatto perché amo il vinile e il modo in cui porta la gente più vicina alla musica. Per quanto mi riguarda, se si ascolta un brano da download, questo ha lo stesso impatto di quello che si sente in un ascensore! Naturalmente, l’album verrà reso disponibile in tutti i formati usuali. Ma per me è il vinile quello che conta. La copertina è molto elaborata, e sarà apribile. Essa avrà centinaia di foto che ho fatto a tutti gli strumenti che ho usato nelle sessioni di registrazione. L’obiettivo è quello di fornire a tutti ore di divertimento nel tentativo di identificare tutti questi strumenti, e quali ruoli potrebbero aver avuto nella realizzazione del disco“.

Tuttavia, Oldfield non ha in programma di effettuare Ommadawn e Return to Ommadawn dal vivo:
“Sarebbe troppo difficile da organizzare. Dovrei trovare musicisti che possano suonare le parti nel modo in cui io credo si adattino meglio, e questo sarebbe quasi impossibile da realizzare. Sì, ci sono persone di grande talento in giro che potrebbero rifare quello che ho fatto, ma non avrebbero lo stesso legame emotivo. L’unico modo perché questo avvenga sarebbe avere 15 o più cloni di me sul palco!”

Nuove riedizioni

Dopo la recente uscita di Guitars e The Millennium Bell su vinile, lo stesso Gordon ha annunciato l’uscita di Collaborations e della riedizione in vinile di Exposed. Entrambi i dischi, pubblicati in vinile da 180 g, saranno disponibili dal prossimo 2 dicembre. Per quanto riguarda Collaborations è stato confermato trattarsi del quarto disco contenuto in Boxed, per la prima volta edito in forma indipendente e con una copertina tutta sua. Le due prossime uscite in effetti vanno a colmare i rispettivi vuoti nella sequenza delle riedizioni iniziata con Tubular Bells e giunta per il momento a The Killing Fields.
E proprio Tubular Bells dal 25 novembre sarà disponibile nell’inconsueto formato di doppio LP, contenente la versione 1973 e quella 2009. In questo caso l’annuncio della riedizione è giunto dalla Universal.
Infine (e qui l’attesa si sta facendo spasmodica) resta per ora la data, bisognosa di conferme, del 20 gennaio 2017 per il tanto sospirato nuovo album Return to Ommadawn, di cui speriamo al più presto di avere informazioni fresche.
https://www.amazon.co.uk/Collaborations-VINYL…/…/B01K3W5EWI…
https://www.amazon.it/Exposed/dp/B01LEZ3DJO…
http://thesoundofvinyl.com/…/Tubular-Bells-Delu…/5CXR0000000