Archivio mensile:marzo 2017

Return to Ommadawn: recensione DeBaser

Il peggior tempo per la vita è il miglior tempo per l’arte.

Ho sempre tenuto in grande considerazione questo assioma e ne ho riscontrato personalmente la funzionalità: ogni forma d’arte mi ha dato ampi esempi, dalla poesia, alla pittura, per arrivare senz’altro alla musica.
Mike Oldifield, che spero non abbia bisogno di presentazione alcuna, se ne esce da pesanti esperienze familiari con la morte del padre prima e del figlio trentenne poco dopo. E, mentre superare il primo lutto è un triste esercizio generazionale, il secondo dev’essere tra le cose più devastati al mondo. Moralmente distrutto, ad ottobre 2015 annuncia di volersi mettere al lavoro e di voler preparare un sequel per uno dei suoi lavori più acclamati, “Ommadawn” del 1975 che ebbe, per certi versi, più attenzioni di critica persino del gigante “Tubular Bells”.

Come allora si è trovato un posticino tranquillo e alla mano, tipo Nassau nelle Bahamas, si è chiuso in sala di registrazione e ha dato sfogo a tutti i propri sentimenti, scuri, opprimenti, talvolta più liberi e sereni, ma sempre fortemente intimistici. Non si tratta di riproposizione di temi editi, ma di materiale composto ex novo per l’occasione e, proprio per rinverdire i fasti dell’epoca, ha voluto tornare al modello che vede una lunga suite, distribuita in due parti, così da ricreare l’idea delle due facciate del vinile.

Se la costruzione del primo Ommadawn era caratterizzata dal sovrapporsi e dall’alternarsi di decine di strumenti, in un gioco di intarsi mirabile quanto unico, qui la medaglia rappresenta il suo rovescio e tutta la strumentazione diventa parca, asciutta, minimale: quel tanto che basta per rappresentare l’idea. D’altronde ad una casa bastano solai, muri, finestre e pavimenti, non sono più i tempi delle gargolle, dei modiglioni, dei timpani, dei capitelli, degli erker e dei fronzoli estetici con più o meno funzionalità. Nel rappresentare la sua attuale casa interiore, quel poco che serve è quello che ci ha dato, nulla più.

Non sono solo gli elementi ad essersi assottigliati in numero, quello che salta fuori da questo disco è una fortissima semplificazione delle composizioni e delle modalità esecutive. Quasi che l’impressionante capacità dimostrata negli anni, si sia senilmente annullata e gli arpeggi, le modulazioni, le diteggiature, siano quelle di un anziano che lavori a fatica. In certi momenti sembra di sentire un grande impegno, un grande lavoro, quasi quello di un atleta che tenti di strappare un record del mondo con i mezzi a sua disposizione, ma il risultato manca. Tanto rispetto per questo, ma, intendiamoci, Oldifield non ha 100 anni e non è l’unico musicista attivo dai primi anni ‘70.

Il difetto principale di questo disco è il suo indurre in uno stato di torpore da noia. Scatena un ineludibile addormentamento da autodifesa, ti fa chiudere gli occhi con lo stesso irrefrenabile desiderio che hai quando la tramontana ti asciuga troppo l’iride.
E’ un disco fuori tempo massimo, fatto da un maratoneta che arriva al traguardo quando la giuria sta già smontando il bancone della punzonatura, le luci sono ormai spente e i netturbini spazzano via le ultime cartacce dall’asfalto. Eppure era un fior di maratoneta, un genio precoce e totale, fin dai suoi primi incisivi giri di basso con i Whole World di Kevin Ayers.

È che stiamo parlando di Mike Oldfield, uno che ha venduto l’iradiddio di dischi e se ne esce con un arpeggio, a circa dieci minuti della prima parte, che sembra di sentire, per chi se li ricorda, gli Oliver Onions di “Verde” oppure con i crescendo tribali da indiani in giro al Tepee qualche minuto dopo o ancora con frivole quanto inutili gighe celtiche su tenui tappeti arpeggiati e con i vocalizzi che sembrano, sbadatamente verso la fine della seconda parte, voler riprendere quelli storici di “Tubular Bells”. Dei circa quaranta minuti del disco mi convincono sì e no tre, quattro minuti.

Tornando all’assioma iniziale: “Il peggior tempo per la vita, è il miglior tempo per l’arte”? Mi devo ricredere oppure ipotizzare un’eccezione che conferma la regola? “Return to Ommadawn”? No, grazie.

Recensione scritta da TheJargonKing per DeBaser.

Voto: 
Fonte: https://www.debaser.it/mike-oldfield/return-to-ommadawn/recensione

Ommadawn, 42 anni dopo

“Ommadawn” quarantadue anni dopo. Dubbi e curiosità naturalmente non si contano: era necessario? Era opportuno? Cosa ci si può aspettare da una operazione del genere? Che senso ha?
“Scraping the barrel” dicono gli inglesi: raschiare il barile – è questo il pensiero che, volenti o nolenti, più o meno bendisposti – si affaccia, difficile da cancellare. Presentando il lavoro, Oldfield ha parlato della necessità, della voglia di tornare alla semplicità, in qualche modo di tornare all’antico, quindi. Diciamo subito allora che musicalmente l’album è effettivamente piuttosto semplice: due suites di 21 minuti, alla vecchia maniera, costruite intorno a non più di un paio di temi facili facili, quasi banali, che vengono elaborati, ornati e ripresi. La spontaneità di cui Oldfield parla è quella dei primissimi singoli nella vena folk:“Portsmouth”, “Cuckoo Song”, “In Dulci Jubilo”, per intenderci, che sono poi la base da cui partì l’album del 1975. E si capisce allora il senso del ritorno a Ommadawn: quell’album era infatti programmaticamente il tentativo – riuscitissimo – da parte dell’autore di alleggerire la pressione indotta dal clamoroso e inaspettato successo planetario del suo album d’esordio (“Tubular Bells”) e dalle controversie sollevate dal suo successore, “Hergest Ridge”. Con “Ommadawn” Oldfield virò decisamente verso atmosfere pastorali, agresti, sospese e vagamente colorate di mistero; il risultato fu il suo lavoro più personale e probabilmente più ispirato, composto; amatissimo oggi ancor più di allora.

Il titolo stesso – la pronuncia celtica di “a mad one”, all’incirca “un tizio strambo” – era rivelatore, una messa a nudo della sua condizione emotiva. Assurto improvvisamente alla massima popolarità a 20 anni, Oldfield era un ragazzo introverso, timidissimo e schivo: leggendaria la sua paura di salire sul palco, paura che lo portò, la sera della prima di Tubular Bells alla Royal Albert Hall, a scappare dalla Limousine di Richard Branson che lo accompagnava al concerto: fu solo la promessa di Branson di regalargli la vettura, se Mike avesse suonato, a farlo recedere dalla più clamorosa delle “buche”…
Più di quarant’anni dopo, Oldfield si ritrova in uno stato d’animo analogo: segnato dalla improvvisa morte nel 2015 del figlio trentatreenne Douglas, e forse in crisi di idee e proposte, il desiderio di tornare ad un approccio più spontaneo e meno meditato è dichiaratamente frutto della necessità di far musica in modo quasi terapeutico. Il senso del ritorno ad Ommadawn è quindi quello di un ritorno dell’autore al suo posto delle fragole, alla ricerca di una nuova semplicità.
Al tempo, nel 1975, la cosa funzionò: dopo l’uscita dell’album seguirono tre anni di silenzio (una vera eternità per quei tempi!), di introspezione e di crescita che sfociarono nell’opus magnum “Incantations”, con una conquistata consapevolezza e maturità e la soluzione di tanti problemi personali; non ultimo, il rapporto col pubblico, finalmente affrontato con una lunghissima e trionfale tournée mondiale immortalata nel live “Exposed” (ancora una volta un titolo quanto mai rivelatore) e un prosieguo di carriera spedito e stabile.
Da qui dunque prende le mosse “Return To Ommadawn”. Al progetto Oldfield ha lavorato a lungo, e si capisce: oltre un anno. E non è nemmeno una idea nuova: già “Amarok” fu da principio concepito come un “Ommadawn II”, anche se con diverse motivazioni, e in effetti il risultato finale fu parecchio diverso, tanto da abbandonare strada facendo l’intento iniziale.

Se poi la questione è il confronto – ovviamente inevitabile ­–con il lavoro del ’75, allora si deve notare che quarantadue anni sono passati tutti, e non solo per l’autore: è un altro tempo, un’altra cultura e un altro mondo, con tutto quanto ne consegue. Inutile, e sbagliato, far finta di no.
L’impressione iniziale è che si tratti di un’opera fortemente influenzata dal gusto new age e fantasy corrente: sin dalla (infelice e anche fuorviante, parere del tutto personale) copertina,ricorda la colonna sonora di uno sceneggiato in stile Games Of Thrones, o di un sequel de Il Signore degli Anelli; di certo, i quaranta e passa anni trascorsi da questo punto di vista si avvertono.Che poi molte atmosfere così alla moda, cariche di celtismo superficiale, possano esser state in qualche modo influenzate anche dai lavori di Oldfield è anche probabile, tanto “Return To Ommadawn” è comunque un lavoro stilisticamente riconoscibilissimo, assolutamente in linea con la trentina scarsa di album (ventotto, per la precisione) precedenti.
I richiami sono certamente ai primi quattro album, che lo stesso Oldfield riconosce essere quelli che ancora adesso sono i più amati dal suo pubblico, ma curiosamente quest’ultima opera rimanda più ad “Hergest Ridge” e “Incantations”: il primo per l’atmosfera più tesa e nella costruzione del discorso musicale; il secondo per la ricchezza armonica e nella grandiosità degli arrangiamenti, ma può trattarsi di impressioni e di suggestioni iniziali. Di certo, a parte i campionamenti vocali del disco originale e l’uso (comunque più discreto) dei tamburi africani, non c’è poi molto dell’opera di riferimento, ma non è necessariamente una nota negativa. A confronto con l’originale, “Return To Ommadawn” è meno sospeso, meno etereo e sognante, ma anche meno “terreno” e agreste (non sembri paradossale); se la strumentazione utilizzata è programmaticamente la medesima (o quasi, ovvio), arrangiamenti, soluzioni armoniche e addirittura gran parte delle sonorità non hanno molto a che spartire col lavoro del 1975, per cui l’effetto complessivo all’ascolto è tutt’altro, o quasi, almeno per chi si aspettasse una sorta di rilettura, revisione, di approfondimento o espansione dell’originale.

In realtà è tutta l’architettura dell’opera ad essere completamente diversa. Mancano del tutto ad esempio momenti come la sezione centrale della seconda parte, condotta dalle pipes di Paddy Moloney; lo stesso tema iniziale non ha niente dell’atmosfera pastorale della prima sezione di “Ommadawn”. Anche la drammatica sezione finale della parte Ioriginale (Oldfield al tempo dichiarò che il disperato e lancinante solo di chitarra era la cosa più spaventosa che avesse inciso) non ha qui una analoga controparte. Di più: persino il campionamento delle parti vocali di “On Horseback” (appena accennato, va detto), che in qualche modo ha la funzione di collegare i due lavori, non ha nulla a che fare col mood del celebre brano originale.
In generale, tanto “Ommadawn” era trasognato ed erratico, tanto cioè era emozionalmente curioso, a volte persino lieto e gioioso in modo fanciullesco (“On Horseback”), quanto “Return” è malinconico e nostalgico; tanto “Ommadawn” era aperto,inatteso, fresco, e persino sorprendente, quanto “Return” è concentrato e attento e forse per questo prevedibile: il lavoro di un signore sessantacinquenne – non dimentichiamolo – alla ricerca di quello che lo stesso signore da ventiduenne aveva cercato, in qualche modo trovato e certamente smarrito in seguito.
Se poi “Return To Ommadawn” possa stare a fianco dei grandi capolavori degli anni ’70, quanto possa essere significativo e importante, lo dirà il tempo. Di sicuro, è un lavoro che va ascoltato senza pregiudizi, tenendo conto di cosa vuol significare: non è un album che ci farà tornare alla nostra giovinezza, occorre saperlo; è un album che aiuta a ricordare cosa anche noi cercavamo allora.

Scritto da Giuseppe Artusi
http://www.artistsandbands.org/ver2/recensioni/recensioni-album/8652-mike-oldfield-return-to-ommadawn