Archivio mensile:febbraio 2017

Return to Ommadown: recensione MusicOff

Chissà quale direzione segue l’ago della bussola che ha guidato Mike Oldfield nel suo ritorno a Ommadawn. Il ventinovesimo album del musicista inglese, appena uscito, da un lato ha tutti i tratti di un bel viaggio alla riscoperta delle proprie origini musicali: un sentiero che si snoda lungo due grandi movimenti come nei primissimi dischi, tracciato su richiami all’Ommadawn di quarant’anni fa e temi alla Voyager.
Registrato e prodotto nel suo studio privato a Nassau, Return To Ommadawn è poi anche una riflessione in solitaria, nella quale Oldfield rifiuta di rinunciare al suo tocco personale suonando tutti e 22 gli strumenti, abbandonandosi a sonorità di stampo celtico più che familiari, con qualche visita elettrica a ricordi prog.

Dall’altro lato, i maliziosi potrebbero però notare che il progetto è spuntato in seguito a una ricerca sui social, dalla quale è risultato a sorpresa che l’album più amato dai fan di vecchia data – più del blasonato Tubular Bells – è proprio Ommadawn. Ed ecco che la poesia viene lievemente oscurata dall’ombra della mossa commerciale.

La risposta sta probabilmente nel mezzo: Return To Ommadawn è infatti un album che piacerà ai nostalgici; ripropone le sonorità classiche di Oldfield, timbri e tessiture melodiche già collaudate e di sicuro impatto che hanno dato alla sua musica un marchio di fabbrica inconfondibile. Tanto mestiere quindi, ma anche atmosfere ricche di riverberi, distese e fiabesche, che regalano diversi passaggi molto piacevoli, in un lavoro dedito più a emozionare che a stupire; da ascoltare senza colpe con leggerezza, lasciandosi semplicemente coinvolgere.

di Giacomo Baroni

RETURN TO OMMADAWN

Mike Oldfield è tornato a Ommadawn. Vi aveva fatto visita oltre quaranta anni fa, nell’ormai lontano 1975, quando non aveva che 22 anni ed era già entrato nella storia per avere, solo un paio di anni prima, dato alle stampe il leggendario “Tubular bells”. “Ommadawn” è il titolo del terzo album di Oldfield, e vi è contenuta “On horseback”, una vera e propria canzone, la prima da lui cantata su disco. Non dobbiamo dimenticare, in questo viaggio a ritroso nel tempo, che era un’epoca in cui il ‘mezzo’ era il vinile. Quindi un long playing a due facce: su una “Ommadawn part one”, sull’altra “Ommadawn part two”, con il bonus “On horseback”.

Si diceva che solo due anni prima il ventenne Oldfield stupì il mercato discografico pubblicando ”Tubular bells”, un album in cui il musicista fece tutto in solitaria e vi suonava un numero enorme di strumenti (chi dice una ventina, chi una trentina). L’album fece la fortuna sua e anche quella di Richard Branson che proprio per poter pubblicare “Tubular bells” – disco rifiutato da tutte le etichette, ma in cui lui credeva ciecamente – fondò la sua Virgin Records. Le suite musicali – perché è di questo che è composto “Tubular bells” – sono con tutta probabilità alla base dei dinieghi delle poco lungimiranti label che non se la sentirono di ‘puntare’ su un prodotto del genere. Proprio perché composto da suite musicali, distinguendosi così dal resto della produzione dell’epoca, l’album riuscì evidentemente a intercettare una esigenza presente e non soddisfatta dell’ascoltatore del tempo. Due anni più tardi “Ommadawn” persegue la via tracciata da “Tubular bells” e replica, seppur non nella misura epocale del suo predecessore, il successo.

Un vecchio adagio consiglia di non tornare nei luoghi in cui si è stati felici. Ma è un adagio che Oldfield non conosce o, se lo conosce, ne ignora il messaggio. Infatti negli anni novanta pubblicò “Tubular bells II” e “Tubular bells III”, tanto per gradire. Quindi si può ben comprendere che la tentazione di fare (un) “Return to Ommadawn” ci potesse stare. La modalità del ritorno, rispetto ai sequel di “Tubular bells”, è ancora più radicale. Infatti non accadeva dai tempi degli album pubblicati negli anni settanta che ci fosse la suddivisione in due parti: “Return to Ommadawn Pt. I” e “Return to Ommadawn Pt.2”. Non è casuale e lo spiega lo stesso Oldfield: “Guardando ai social, i primi tre album 40 anni dopo rimangono i favoriti di tutti, e “Ommadawn” più di “Tubular Bells”. Secondo me perché rappresenta una parte genuina di musica più che di produzione. Non c’era uno scopo; non volevo ottenere nulla né compiacere qualcuno. Era semplicemente fare della musica in modo spontaneo e pieno di vita. Fare “Return To Ommadawn” è come un ritorno al me stesso autentico.” Come ai tempi che furono Mike ha fatto tutto da solo nel suo studio di Nassau, dalla scrittura alla produzione. L’album soddisferà i tifosi del musicista. Tutto è là dove deve stare: la chitarra acustica, il suono del flauto, le atmosfere tra il prog e il folk. Ommadawn è un luogo conosciuto e rassicurante e tanto basta.

Mike Oldfield è un signore inglese nato a Reading sessantatre anni fa, molto amato in Gran Bretagna e molto rispettato fuori dai suoi confini. Nella sua carriera è sempre stato rispettato anche da chi magari non apprezzava fino in fondo le sue composizioni. Amore e rispetto che, puntualmente, ha goduto anche “Return to Ommadawn”. Se, come è vero, nella prima settimana di pubblicazione si è inserito nella classifica di vendita inglese direttamente al quarto posto. Il fascino delle note di Mike, una volta di più, è senza tempo.

TRACKLIST

#1
01. Return to Ommadawn Pt. I – (21:11)
02. Return to Ommadawn Pt. II – (20:58)

#2
01. Return to Ommadawn Pt. I (5.1 surround) – (21:10)
02. Return to Ommadawn Pt. II (5.1 surround) – (20:58)
03. Return to Ommadawn Pt. I (stereo) – (21:10)
04. Return to Ommadawn Pt. II (stereo) – (20:58)

 
Articolo di Paolo Panzeri su Rockol.it del 2/2/20172
http://www.rockol.it/recensioni-musicali/album/6859/mike-oldfield-return-to-ommadawn

Return to Ommadawn: recensione Rockol

Mike Oldfield è tornato a Ommadawn. Vi aveva fatto visita oltre quaranta anni fa, nell’ormai lontano 1975, quando non aveva che 22 anni ed era già entrato nella storia per avere, solo un paio di anni prima, dato alle stampe il leggendario “Tubular bells”. “Ommadawn” è il titolo del terzo album di Oldfield, e vi è contenuta “On horseback”, una vera e propria canzone, la prima da lui cantata su disco. Non dobbiamo dimenticare, in questo viaggio a ritroso nel tempo, che era un’epoca in cui il ‘mezzo’ era il vinile. Quindi un long playing a due facce: su una “Ommadawn part one”, sull’altra “Ommadawn part two”, con il bonus “On horseback”.

Si diceva che solo due anni prima il ventenne Oldfield stupì il mercato discografico pubblicando ”Tubular bells”, un album in cui il musicista fece tutto in solitaria e vi suonava un numero enorme di strumenti (chi dice una ventina, chi una trentina). L’album fece la fortuna sua e anche quella di Richard Branson che proprio per poter pubblicare “Tubular bells” – disco rifiutato da tutte le etichette, ma in cui lui credeva ciecamente – fondò la sua Virgin Records. Le suite musicali – perché è di questo che è composto “Tubular bells” – sono con tutta probabilità alla base dei dinieghi delle poco lungimiranti label che non se la sentirono di ‘puntare’ su un prodotto del genere. Proprio perché composto da suite musicali, distinguendosi così dal resto della produzione dell’epoca, l’album riuscì evidentemente a intercettare una esigenza presente e non soddisfatta dell’ascoltatore del tempo. Due anni più tardi “Ommadawn” persegue la via tracciata da “Tubular bells” e replica, seppur non nella misura epocale del suo predecessore, il successo.

Un vecchio adagio consiglia di non tornare nei luoghi in cui si è stati felici. Ma è un adagio che Oldfield non conosce o, se lo conosce, ne ignora il messaggio. Infatti negli anni novanta pubblicò “Tubular bells II” e “Tubular bells III”, tanto per gradire. Quindi si può ben comprendere che la tentazione di fare (un) “Return to Ommadawn” ci potesse stare. La modalità del ritorno, rispetto ai sequel di “Tubular bells”, è ancora più radicale. Infatti non accadeva dai tempi degli album pubblicati negli anni settanta che ci fosse la suddivisione in due parti: “Return to Ommadawn Pt. I” e “Return to Ommadawn Pt.2”. Non è casuale e lo spiega lo stesso Oldfield: “Guardando ai social, i primi tre album 40 anni dopo rimangono i favoriti di tutti, e “Ommadawn” più di “Tubular Bells”. Secondo me perché rappresenta una parte genuina di musica più che di produzione. Non c’era uno scopo; non volevo ottenere nulla né compiacere qualcuno. Era semplicemente fare della musica in modo spontaneo e pieno di vita. Fare “Return To Ommadawn” è come un ritorno al me stesso autentico.” Come ai tempi che furono Mike ha fatto tutto da solo nel suo studio di Nassau, dalla scrittura alla produzione. L’album soddisferà i tifosi del musicista. Tutto è là dove deve stare: la chitarra acustica, il suono del flauto, le atmosfere tra il prog e il folk. Ommadawn è un luogo conosciuto e rassicurante e tanto basta.

Mike Oldfield è un signore inglese nato a Reading sessantatre anni fa, molto amato in Gran Bretagna e molto rispettato fuori dai suoi confini. Nella sua carriera è sempre stato rispettato anche da chi magari non apprezzava fino in fondo le sue composizioni. Amore e rispetto che, puntualmente, ha goduto anche “Return to Ommadawn”. Se, come è vero, nella prima settimana di pubblicazione si è inserito nella classifica di vendita inglese direttamente al quarto posto. Il fascino delle note di Mike, una volta di più, è senza tempo.

di Paolo Panzeri

Fonte: https://www.rockol.it/recensioni-musicali/album/6859/mike-oldfield-return-to-ommadawn

RETURN TO OMMADAWN
MIKE OLDFIELD
Virgin EMI Records (CD + DVD-Video)

VOTO ROCKOL: 3.5 / 5

TRACKLIST
#1
01. Return to Ommadawn Pt. I – (21:11)
02. Return to Ommadawn Pt. II – (20:58)

#2
01. Return to Ommadawn Pt. I (5.1 surround) – (21:10)
02. Return to Ommadawn Pt. II (5.1 surround) – (20:58)
03. Return to Ommadawn Pt. I (stereo) – (21:10)
04. Return to Ommadawn Pt. II (stereo) – (20:58)

Return to Ommadawn: recensione AgesOfRock

A tre anni di distanza dal deludente Man On the Rocks, Mike Oldfield torna in scena con un progetto annunciato quanto, a mio avviso, insidioso. Return to Ommadawn, titolo del nuovo lavoro, spiega ampiamente le intenzioni del poli strumentista e compositore di Reading ed il rischio conclamato è quello di scivolare in una operazione nostalgia tesa forse a riscattare un recente passato musicale non troppo brillante.

Questo album è stato presentato dal musicista come il sequel dello splendido disco pubblicato nel 1975 ricalcandone il formato, una lunghissima suite strumentale divisa in due parti; ne replica le atmosfere, il mood, diverse sonorità, generando in chi scrive un senso di malinconia per il tempo andato frammisto a perplessità.Arpa celtica, mandolino, banjo, ukulele. Ed ancora, Hammond, Farfisa, percussioni africane, glockenspiel, bodhrán (un tamburo irlandese), oltre a numerosi strumenti più tradizionali in ambito rock…Oldfield non si è fatto mancare nulla, nessun ingrediente, per potere riannodare al meglio i fili con il suo lontano e prestigioso passato.

Ora, per valutare serenamente l’ascolto di questo album, individuo due principali chiavi di lettura; la prima, quella che probabilmente fa capo al pubblico più nostalgico e “die hard”, accoglierà questo Return to Ommadawn come un viaggio a ritroso nel tempo, nella giovinezza, in un pastiche musicale tra sonorità medioevali e pastorali rimaste scolpite nella memoria. Oldfield dal canto suo è prodigo in questo caso di autocitazioni, di agganci temporali a quello che resta uno dei suoi dischi più riusciti, indimenticabili e l’effetto remembering (va detto) viene centrato perfettamente. Tra le mille note che avvolgono all’ascolto viene spontaneo lasciarsi andare ai ricordi di un’epoca (ahimè) ormai lontana, in cui la forza propulsiva della musica era qualcosa di inarrestabile e sorprendente.

L’altra interpretazione al contrario prevede un senso di iniziale piacere, ben presto soppiantato dalla netta percezione di trovarsi di fronte ad una pura rivisitazione, un mero aggiornamento, forse incomprensibile ed inutile. Per quanto lo sforzo profuso dal musicista inglese non sia da sottovalutare i 42 minuti messi in campo non propongono un benché minimo spiraglio alternativo al copione originario. E se questo, da un lato, poteva essere preventivabile data la natura stessa del progetto, al tempo stesso lascia una sensazione fastidiosa, un déjà vu funzionale alle vendite ma che, in quanto tale, davvero nulla aggiunge al catalogo dell’artista.

Mai come in questo caso preferisco lasciare ad ognuno il piacere di ascoltare e seguire le proprie sensazioni; per parte mia concludo dicendo che questo non è e non può essere un disco che suscita valutazioni a mezza via: o lo si ama o lo si detesta per i motivi sopra descritti, ferme restando le qualità tecniche e compositive del grande Mike Oldfield. I suoni sono scelti e curati con la solita estrema perizia, le atmosfere catturano all’istante, peccato però che fondamentalmente si tratti di una riproposizione.

di Max

Return to Ommadawn: recensione Ondarock

Timbrato il cartellino del ritorno alle canzoni pop alla “Moonlight Shadow” con “Man On The Rocks” (2014), un Mike Oldfield praticamente scomparso dai radar ma sempre presente nel cuore collettivo si riappropria anche della sua leggendaria forma-suite con “Return To Ommadawn”.
Il primo “Ommadawn” (1975) è stata una delle sue composizioni più pan-etniche: fondata sulla moltiplicazione degli strumenti e in particolare su di un coro angelico, raggiunge qualità di requiem e si lancia infine nel suo tipico massimalismo medievaleggiante.

Unico vero merito del sequel è – in qualche modo – quello di contraddire lo spirito del primo episodio asciugando notevolmente la strumentazione. In ogni caso, bastano pochi minuti della paccottiglia celtica della prima parte, degenerante nella carta da parati, per rendersi conto di quanto Oldfield sia arrugginito e sclerotico nel panneggio e nella modulazione.
La seconda parte avrebbe uno spunto melodico anche discreto, ma è tutto frenato dal vaneggio new age che porta l’ascoltatore all’orticaria anziché all’estasi, e da un’esecuzione persino amatoriale (quasi ridicolo il galoppo attutito con cui l’autore cerca di dare vigore al pezzo) che cerca di minuto in minuto l’arte della variazione sempre più epica.

Più podio per le sue chitarre (dal mandolino all’elettrica, peccato perché il particolare clavioline proprio non si ode) che reale componimento, più colonna sonora per una sua insegna pubblicitaria che risultato artistico. Quarant’anni dopo il fatto, Oldfield smette finalmente di saccheggiare alla carlona “Tubular Bells” (1973) e s’impegna a fare le cose per bene, come a suo tempo, per lo più campionando parte della prima composizione e incollandola qui a mo’ di gran finale-nostalgia. Ci riesce, a malapena per lo zoccolo duro degli aficionados, con un disco vanesio e parecchio lezioso. Per gli altri dura un paio di ascolti. Scarso successo commerciale in Europa, benino in Nuova Zelanda. Anticipato da una “single version” per le radio a fine 2016.
(01/02/2017)

di Michele Saran

Fonte: http://www.ondarock.it/recensioni/2017-mikeoldfield-returntoommadawn.htm