Return to Ommadawn: recensione FareMusic

Un album senza un perché

Mike Oldfield pubblica un nuovo lavoro discografico e vien subito da pensare: “A volte ritornano…”
No, perchè ascoltando questo nuovo album (il 29mo), Return to Ommadawn, mi è tornata in mente una canzone di uno dei miei cantautori preferiti, lo spagnolo Joaquin Sabina, poco o per niente conosciuto dal pubblico italiano.
La canzone s’intitola “Y nos dieron las diez” e parla di un posto di mare in cui l’autore ha tenuto un concerto, al termine del quale cerca ristoro nell’unico bar trovato aperto.
Il bar è gestito da una sensuale donna che, avendolo riconosciuto, gli offre da bere a patto che lui le canti una canzone; lui accetta a patto che lei lasci aperto il balcone che s’affaccia sul suo cuore. Ammaliato dalla sua bellezza lui canta al pianoforte tutto il suo repertorio, mentre i clienti del bar se ne vanno ad uno a uno finché restano soli. Lei gli si avvicina e con le dita gli disegna un cuore sulla schiena mentre lui corrisponde infilandole la mano sotto la gonna. Lei chiude il bar e lui teme di essere sul punto di innamorarsene, la accompagna a casa fermandosi ad ogni lampione per baciarla; lui avverte forte il desiderio di dormire con lei che non vuole dormire da sola. Ma mica dormono, eh…
La mattina seguente si lasciano con la speranza di incontrarsi nuovamente prima o poi.
L’estate finisce, arriva l’autunno seguito dall’inverno e quindi, dopo la primavera, una nuova estate. Casualmente torna ancora nello stesso luogo per un altro concerto, durante il quale scruta tra la folla degli spettatori, sperando di riconoscere il volto della compagna di una notte, senza riuscirci.
Finito il concerto torna al bar di un anno prima, ma al suo posto ci trova la succursale di una banca. Per vendicarsi comincia a tirare sassi contro le vetrate e viene arrestato. Lo portano alla Centrale di Polizia dove si giustifica dicendo di aver agito in stato di ubriachezza, ma gli fanno comunque passare la notte in guardina, nella stessa stanza in cui un anno prima aveva vissuto una notte d’amore…

A questo punto vi chiederete, ma che c’entra tutto questo con Mike Oldfield?
C’entra, c’entra, perché al buon Mike dev’essere successo qualcosa del genere: è tornato ad Ommadawn (facendovici tornare pure i suoi fans), ma a distanza di anni il posto è cambiato radicalmente e non vi è più traccia di quanto esisteva in passato.

Già la copertina ci mostra una paesaggio glaciale e minaccioso, ma è il contenuto musicale a lasciare perplessi…
Se vi aspettate di trovare la geniale freschezza di Tubular Bells, le atmosfere oniriche di Hergest Ridge o quelle celtiche dell’originale Ommadawn, penso che resterete delusi.
La struttura dell’album è costituita da una suite suddivisa in due parti strumentali di circa 21 minuti ciascuna, vale a dire, come due facciate di un disco LP in vinile (lo stesso formato usato in precedenza per Tubular Bells, Hergest Ridge, Ommadawn, Incantations), per la cui realizzazione non si è avvalso di altri musicisti, cimentandosi egli stesso con tutti gli strumenti (chitarre acustiche, classiche ed elettriche, basso acustico ed elettrico, mandolino, banjo, ukulele, arpa celtica, tastiere varie tra cui organi Hammond, Vox e Farfisa, Mellotron, Clavioline e pianoforte oltre a percussioni etniche e campionamenti vocali tratti dall’originale Ommadawn), il tutto registrato nel suo studio casalingo di Nassau alle Bahamas.

Il risultato è piuttosto deludente, più che un concept album sembra un’accozzaglia di riffs tanto puerili e scolastici da risultare irritanti, assolutamente privo di costrutto; le armonie mancano di tensione e rilascio, limitandosi a ripetere gli stessi riffs su posizioni diverse della chitarra o suonandoli prima in tono maggiore e quindi in tono minore.
Le chitarre elettriche distorte ed armonizzate sono assolutamente prive di dinamica.
I suoni usati, tanto quelli di chitarra quanto quelli sintetici, sono a livello di produzioni strumentali d’infimo ordine risultando spesso fastidiosi all’ascolto.

Viene da chiedersi che bisogno c’era di pubblicare un album inutile e controproducente come questo… sicuramente non per soldi (immagino che i diritti del solo Tubular Bells siano sufficienti a garantire un’agiata e confortevole vita a lui ed ai suoi eredi), ma nemmeno per esprimere qualcosa di nuovo ed impellente dal punto di vista artistico.

Un artista che sicuramente ha fatto scuola, ma che, almeno per quanto riguarda quest’album, avrebbe fatto meglio a ripassare la propria storia per spingersi oltre.

di Claudio Ramponi

Fonte: https://faremusic.it/2017/01/26/mike-oldfield-return-to-ommadawn-un-album-senza-un-perche/