Return to Ommadawn: recensione Mescalina

Ascoltare questo disco è come sfogliare un album di ricordi. Per Mike Oldfield, da tempo esule a Nassau, nelle Bahamas gli ultimi anni sono stati davvero terribili. Su quella che apparentemente è una vita da persona fortunata e senza problemi economici si è abbattuta una serie di sciagure senza fine. La morte del figlio di 33 anni e del padre sono state delle mazzate tremende, difficili da accettare ed assorbire facilmente. Per il talentuoso inglese di Reading, uno dei più straordinari polistrumentisti di sempre in ambito rock, quello del ritorno alla sua musica più bella è sembrato quindi il rifugio naturale.

Come solista è universalmente conosciuto da grandi e piccini grazie alla sua opera prima, il best seller Tubular Bells (1973), che inaugurò in maniera trionfale il catalogo della Virgin di Richard Branson, tutt’ora sua label di riferimento. Insieme a quello, gli album più apprezzati rimangono il secondo Hergest Ridge (1974) e Ommadawn (1975), quest’ultimo che musicalmente aveva davvero poco da invidiare al folgorante esordio. A distanza di oltre 40 anni Mike Oldfield ha pensato bene di riallacciare le fila del discorso riproponendo in pratica una seconda versione, una sorta di disco gemello dell’opera dei settanta chiamandolo Return to Ommadawn.

Nel far ciò, da autentico mago degli studi di registrazione, ha voluto ricreare l’atmosfera magica che aleggiava in quel disco ed ha deciso di utilizzare nuovamente molti degli strumenti che si ascoltavano in quell’opera maestosa. Tutti rigorosamente suonati da lui, com’è tradizione di molti suoi dischi.
Se nel disco del 1975 ci aveva messo la faccia ed i suoi lunghi capelli, adesso che va per i 63 anni, ha pensato bene di usare una immagine che riecheggia certe copertine del miglior prog inglese dei ’70, ispirata dalla visione ripetuta della serie televisiva Game of Thrones.

L’album si sviluppa come il suo predecessore in due lunghe suite di oltre 20 minuti, le classiche side A e B dei vecchi vinili. Se pensiamo allo stato d’animo con cui il disco è stato registrato, il risultato finale è davvero sorprendente se non proprio strabiliante, evidenziando come Oldfield abbia recuperato a pieno le sonorità inconfondibili dei suoi dischi di 40 anni prima, quelle gioiose arie celtiche e pastorali.
Le due lunghe composizioni, Return to Ommadawn Pt.1 e 2, suonano davvero come fossero outtakes o alternate tracks delle suite del vecchio album. Anche qui la varietà di strumenti suonati dall’inglese è incredibile. Troviamo il bodhran, il mandolino, il bouzouki, il glockenspiel, la chitarra flamenco, l’arpa celtica, la favolosa Gibson SG oltre alle irrinunciabili campane tubolari che lo hanno reso una star.

Altri arnesi da lavoro erano irreperibili per Mike, vivendo nel suo esilio dorato delle Bahamas, ma fortunatamente e grazie alle moderne tecnologie, ha potuto ricreare in studio il suono del Vox Continental, del Farfisa, così come il Clavioline, una sorta di precursore dei moderni synth, inventato addirittura nel 1947.
Per riproporre un suono più simile possibile all’originale ha estratto sezioni dell’Ommadawn primitivo, comprese le parti vocali recitanti, le ha fatte a pezzetti, aggiunto effetti sonori, le ha plasmate e modificate in maniera geniale fino ad ottenere quello che lui definisce “uno strano suono ultraterreno”.

Il successo di Ommadawn lo aveva come chiuso in un labirinto, costringendolo a ripetersi su quelle vette artistiche che invece nei decenni successivi non ha mai lontanamente avvicinato. Adesso quando sembrava che lo avessimo perso per sempre, musicalmente parlando, arriva questo clamoroso ritorno che lo riporta come per magia alle sue stagioni migliori. Welcome back Mike !

di Ricardo Martillos