Archivio mensile:gennaio 2017

Return to Ommadawn: recensione FareMusic

Un album senza un perché

Mike Oldfield pubblica un nuovo lavoro discografico e vien subito da pensare: “A volte ritornano…”
No, perchè ascoltando questo nuovo album (il 29mo), Return to Ommadawn, mi è tornata in mente una canzone di uno dei miei cantautori preferiti, lo spagnolo Joaquin Sabina, poco o per niente conosciuto dal pubblico italiano.
La canzone s’intitola “Y nos dieron las diez” e parla di un posto di mare in cui l’autore ha tenuto un concerto, al termine del quale cerca ristoro nell’unico bar trovato aperto.
Il bar è gestito da una sensuale donna che, avendolo riconosciuto, gli offre da bere a patto che lui le canti una canzone; lui accetta a patto che lei lasci aperto il balcone che s’affaccia sul suo cuore. Ammaliato dalla sua bellezza lui canta al pianoforte tutto il suo repertorio, mentre i clienti del bar se ne vanno ad uno a uno finché restano soli. Lei gli si avvicina e con le dita gli disegna un cuore sulla schiena mentre lui corrisponde infilandole la mano sotto la gonna. Lei chiude il bar e lui teme di essere sul punto di innamorarsene, la accompagna a casa fermandosi ad ogni lampione per baciarla; lui avverte forte il desiderio di dormire con lei che non vuole dormire da sola. Ma mica dormono, eh…
La mattina seguente si lasciano con la speranza di incontrarsi nuovamente prima o poi.
L’estate finisce, arriva l’autunno seguito dall’inverno e quindi, dopo la primavera, una nuova estate. Casualmente torna ancora nello stesso luogo per un altro concerto, durante il quale scruta tra la folla degli spettatori, sperando di riconoscere il volto della compagna di una notte, senza riuscirci.
Finito il concerto torna al bar di un anno prima, ma al suo posto ci trova la succursale di una banca. Per vendicarsi comincia a tirare sassi contro le vetrate e viene arrestato. Lo portano alla Centrale di Polizia dove si giustifica dicendo di aver agito in stato di ubriachezza, ma gli fanno comunque passare la notte in guardina, nella stessa stanza in cui un anno prima aveva vissuto una notte d’amore…

A questo punto vi chiederete, ma che c’entra tutto questo con Mike Oldfield?
C’entra, c’entra, perché al buon Mike dev’essere successo qualcosa del genere: è tornato ad Ommadawn (facendovici tornare pure i suoi fans), ma a distanza di anni il posto è cambiato radicalmente e non vi è più traccia di quanto esisteva in passato.

Già la copertina ci mostra una paesaggio glaciale e minaccioso, ma è il contenuto musicale a lasciare perplessi…
Se vi aspettate di trovare la geniale freschezza di Tubular Bells, le atmosfere oniriche di Hergest Ridge o quelle celtiche dell’originale Ommadawn, penso che resterete delusi.
La struttura dell’album è costituita da una suite suddivisa in due parti strumentali di circa 21 minuti ciascuna, vale a dire, come due facciate di un disco LP in vinile (lo stesso formato usato in precedenza per Tubular Bells, Hergest Ridge, Ommadawn, Incantations), per la cui realizzazione non si è avvalso di altri musicisti, cimentandosi egli stesso con tutti gli strumenti (chitarre acustiche, classiche ed elettriche, basso acustico ed elettrico, mandolino, banjo, ukulele, arpa celtica, tastiere varie tra cui organi Hammond, Vox e Farfisa, Mellotron, Clavioline e pianoforte oltre a percussioni etniche e campionamenti vocali tratti dall’originale Ommadawn), il tutto registrato nel suo studio casalingo di Nassau alle Bahamas.

Il risultato è piuttosto deludente, più che un concept album sembra un’accozzaglia di riffs tanto puerili e scolastici da risultare irritanti, assolutamente privo di costrutto; le armonie mancano di tensione e rilascio, limitandosi a ripetere gli stessi riffs su posizioni diverse della chitarra o suonandoli prima in tono maggiore e quindi in tono minore.
Le chitarre elettriche distorte ed armonizzate sono assolutamente prive di dinamica.
I suoni usati, tanto quelli di chitarra quanto quelli sintetici, sono a livello di produzioni strumentali d’infimo ordine risultando spesso fastidiosi all’ascolto.

Viene da chiedersi che bisogno c’era di pubblicare un album inutile e controproducente come questo… sicuramente non per soldi (immagino che i diritti del solo Tubular Bells siano sufficienti a garantire un’agiata e confortevole vita a lui ed ai suoi eredi), ma nemmeno per esprimere qualcosa di nuovo ed impellente dal punto di vista artistico.

Un artista che sicuramente ha fatto scuola, ma che, almeno per quanto riguarda quest’album, avrebbe fatto meglio a ripassare la propria storia per spingersi oltre.

di Claudio Ramponi

Fonte: https://faremusic.it/2017/01/26/mike-oldfield-return-to-ommadawn-un-album-senza-un-perche/

Return to Ommadawn: recensione Mescalina

Ascoltare questo disco è come sfogliare un album di ricordi. Per Mike Oldfield, da tempo esule a Nassau, nelle Bahamas gli ultimi anni sono stati davvero terribili. Su quella che apparentemente è una vita da persona fortunata e senza problemi economici si è abbattuta una serie di sciagure senza fine. La morte del figlio di 33 anni e del padre sono state delle mazzate tremende, difficili da accettare ed assorbire facilmente. Per il talentuoso inglese di Reading, uno dei più straordinari polistrumentisti di sempre in ambito rock, quello del ritorno alla sua musica più bella è sembrato quindi il rifugio naturale.

Come solista è universalmente conosciuto da grandi e piccini grazie alla sua opera prima, il best seller Tubular Bells (1973), che inaugurò in maniera trionfale il catalogo della Virgin di Richard Branson, tutt’ora sua label di riferimento. Insieme a quello, gli album più apprezzati rimangono il secondo Hergest Ridge (1974) e Ommadawn (1975), quest’ultimo che musicalmente aveva davvero poco da invidiare al folgorante esordio. A distanza di oltre 40 anni Mike Oldfield ha pensato bene di riallacciare le fila del discorso riproponendo in pratica una seconda versione, una sorta di disco gemello dell’opera dei settanta chiamandolo Return to Ommadawn.

Nel far ciò, da autentico mago degli studi di registrazione, ha voluto ricreare l’atmosfera magica che aleggiava in quel disco ed ha deciso di utilizzare nuovamente molti degli strumenti che si ascoltavano in quell’opera maestosa. Tutti rigorosamente suonati da lui, com’è tradizione di molti suoi dischi.
Se nel disco del 1975 ci aveva messo la faccia ed i suoi lunghi capelli, adesso che va per i 63 anni, ha pensato bene di usare una immagine che riecheggia certe copertine del miglior prog inglese dei ’70, ispirata dalla visione ripetuta della serie televisiva Game of Thrones.

L’album si sviluppa come il suo predecessore in due lunghe suite di oltre 20 minuti, le classiche side A e B dei vecchi vinili. Se pensiamo allo stato d’animo con cui il disco è stato registrato, il risultato finale è davvero sorprendente se non proprio strabiliante, evidenziando come Oldfield abbia recuperato a pieno le sonorità inconfondibili dei suoi dischi di 40 anni prima, quelle gioiose arie celtiche e pastorali.
Le due lunghe composizioni, Return to Ommadawn Pt.1 e 2, suonano davvero come fossero outtakes o alternate tracks delle suite del vecchio album. Anche qui la varietà di strumenti suonati dall’inglese è incredibile. Troviamo il bodhran, il mandolino, il bouzouki, il glockenspiel, la chitarra flamenco, l’arpa celtica, la favolosa Gibson SG oltre alle irrinunciabili campane tubolari che lo hanno reso una star.

Altri arnesi da lavoro erano irreperibili per Mike, vivendo nel suo esilio dorato delle Bahamas, ma fortunatamente e grazie alle moderne tecnologie, ha potuto ricreare in studio il suono del Vox Continental, del Farfisa, così come il Clavioline, una sorta di precursore dei moderni synth, inventato addirittura nel 1947.
Per riproporre un suono più simile possibile all’originale ha estratto sezioni dell’Ommadawn primitivo, comprese le parti vocali recitanti, le ha fatte a pezzetti, aggiunto effetti sonori, le ha plasmate e modificate in maniera geniale fino ad ottenere quello che lui definisce “uno strano suono ultraterreno”.

Il successo di Ommadawn lo aveva come chiuso in un labirinto, costringendolo a ripetersi su quelle vette artistiche che invece nei decenni successivi non ha mai lontanamente avvicinato. Adesso quando sembrava che lo avessimo perso per sempre, musicalmente parlando, arriva questo clamoroso ritorno che lo riporta come per magia alle sue stagioni migliori. Welcome back Mike !

di Ricardo Martillos

Mike Oldfield: ritorno alle origini

Il 20 gennaio Mike Oldfield pubblicherà con la Virgin EMI il suo nuovo album, “Return to Ommadawn“:
Quando ho iniziato a pensare a come fare il mio nuovo album, sono andato sui social e ho chiesto ai fan il loro parere. Sono stati tantissimi a chiedermi di tornare allo stile acustico dei primi tre album, dei quali “Ommadawn” sembra essere il loro preferito“.

A rafforzare la sua decisione è stato anche un commento del pioniere del synth, Jean-Michel Jarre:
Ho visto che Jean-Michel stava facendo una live chat su Facebook con i suoi fan e sono andato online per seguire ciò che veniva detto. Una persona gli ha chiesto se poteva mai collaborare con me, e la sua risposta è stata interessante, perché ha detto che amava la mia musica, ma che era troppo acustica per lui. Questo mi ha fatto pensare. Se uno come lui crede io sono un musicista acustico, mostra quanto importante è stata quella parte della mia carriera. Quindi, con questa prova schiacciante, ho sentito che sarebbe stato molto stimolante di fare di nuovo un progetto del genere“.

I lavori per il nuovo album è iniziata a dicembre 2015 e sono stati conclusi a novembre 2016. Oldfield tiene a sottolineare che questo è un lavoro da solista puro: “Sono l’unico musicista coinvolto. Suono tutti gli strumenti. Non ci sono altre apparizioni nell’album“.

Beh, questo non è del tutto vero, perché le orecchie degli appassionati noteranno una breve parte corale dei Penrhos Kids alla fine della seconda traccia, intitolata Parte II. Ma questo non è ciò che sembra:
Mi chiedevo se la gente sarebbe rimasta delusa che l’album non dispone di un seguito per On Horseback, che era la canzone finale su Ommadawn. Così, ho preso una sequenza dal coro dei bambini che ha cantato in quel brano e l’ho inserita qui. Questo è un modo di collegare questi due album dopo oltre 40 anni. Non è una nuova registrazione

Oldfield ammette che ha progettato l’album specificamente  per il vinile. Ci sono solo due tracce, dal titolo “Parte I” e “Parte II”, ognuna delle quali dura circa 20 minuti:
Tendo a pensare a loro come un primo lato ed il lato due di un LP. Ciò è stato volutamente fatto perché amo il vinile e il modo in cui porta la gente più vicina alla musica. Per quanto mi riguarda, se si ascolta un brano da download, questo ha lo stesso impatto di quello che si sente in un ascensore! Naturalmente, l’album verrà reso disponibile in tutti i formati usuali. Ma per me è il vinile quello che conta. La copertina è molto elaborata, e sarà apribile. Essa avrà centinaia di foto che ho fatto a tutti gli strumenti che ho usato nelle sessioni di registrazione. L’obiettivo è quello di fornire a tutti ore di divertimento nel tentativo di identificare tutti questi strumenti, e quali ruoli potrebbero aver avuto nella realizzazione del disco“.

Tuttavia, Oldfield non ha in programma di effettuare Ommadawn e Return to Ommadawn dal vivo:
“Sarebbe troppo difficile da organizzare. Dovrei trovare musicisti che possano suonare le parti nel modo in cui io credo si adattino meglio, e questo sarebbe quasi impossibile da realizzare. Sì, ci sono persone di grande talento in giro che potrebbero rifare quello che ho fatto, ma non avrebbero lo stesso legame emotivo. L’unico modo perché questo avvenga sarebbe avere 15 o più cloni di me sul palco!”